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I rischi cyber del 2022, dal furto dati al cloud

Nel 2021 gli hacker hanno usato sempre più ransomware per colpire aziende, infrastrutture critiche e la sanità, ma nel 2022 le aggressioni con richiesta di riscatto si amplieranno, e a queste si affiancheranno il furto di dati ai Vip, le intrusioni nel cloud, lo sfruttamento di vulnerabilità sconosciute nei sistemi e la compromissione dei dispositivi IoT.  A tracciare un quadro sono gli esperti dell’azienda di sicurezza Yarix. “Nel 2022 ci aspettiamo che continuino gli attacchi ransomware basati su un modello di estorsione a quattro livelli: rendere inutilizzabili i dati della vittima chiedendo un riscatto per riottenerne l’accesso, minacciare di divulgare i dati e rendere pubblica la violazione, minacciare di colpire i clienti della vittima e attaccare la supply chain – sostengono gli esperti -, cioè i suoi fornitori di tecnologia con l’obiettivo di manipolare e compromettere l’infrastruttura e il codice sorgente del software”.

Rubare dati a Vip e influencer

Il furto di dati, secondo i ricercatori, rimarrà uno degli aspetti critici nel prossimo anno, con eventi che riguarderanno figure apicali o di spicco (Vip e influencer) in quanto più esposte pubblicamente, allo scopo di ampliare il fenomeno mediatico. Ma con la migrazione sempre più massiccia verso ambienti cloud (secondo Gartner la spesa globale per questi servizi aumenterà del 54% rispetto al 2020), i cybercriminali tenteranno sempre più l’accesso con l’uso di email di phishing per rubare le credenziali, ma verrà sfruttata anche la potenza di calcolo del cloud per fabbricare illecitamente criptovalute.

Lo sfruttamento di vulnerabilità ‘zero day’

Altra minaccia che diventerà più massiccia nel 2022 è quella relativa allo sfruttamento di vulnerabilità cosiddette zero day, ovvero falle nei software sconosciute anche agli stessi sviluppatori. L’ultima in ordine di tempo è quella chiamata Log4Shell, tanto che recentemente anche l’Agenzia italiana di cybersicurezza ha lanciato un allarme.
“Per i produttori di software il tempo utile per far fronte alle vulnerabilità con aggiornamenti sarà sempre più ridotto a una questione di giorni, se non di ore”, sottolineano gli esperti. Nel corso del 2022, inoltre, i cybercriminali utilizzeranno i dispositivi connessi (Internet of Things) “come una comoda base di attacco per la loro attività criminale o come mezzo per muoversi lateralmente all’interno di una rete – spiegano gli esperti -. Altro fronte critico è quello delle auto connesse, diventate ormai un business in forte espansione, e come tale, oggetto di attenzione da parte della criminalità informatica” riporta Ansa.

Le aziende devono imparare a ‘pensare come i criminali’

“La sfida di oggi, per le aziende evolute, è intercettare e neutralizzare le minacce informatiche – osservano i ricercatori di Yarix -. Per mantenere applicazioni e ambienti sicuri, è indispensabile un approccio ‘zero trust’, nel quale qualsiasi utente o dispositivo che tenti di connettersi alle applicazioni e ai sistemi deve essere verificato prima di ottenere l’accesso. Per le aziende sarà inoltre strategico ‘pensare come i criminali’, e iniziare ad avere maggiore visibilità di quello che avviene nel surface web e nel dark web”.

La situazione sociale e lavorativa in Italia nel 2021

Alti tassi di disoccupazione, soprattutto dei giovani, e ampie sacche di inattività, soprattutto femminile, sono le caratteristiche di un mercato del lavoro sempre più sclerotizzato. L’emergenza sanitaria ha avviato però un nuovo ciclo dell’occupazione. Il 36,4% degli italiani ritiene che la crisi da Covid-19 si sia tradotta in una maggiore precarietà, mentre per il 30,2% degli italiani l’esperienza del lavoro da casa ha dato la possibilità di conciliare le esigenze personali con quelle professionali. Cresce poi anche l’aspettativa nel futuro, soprattutto per il 27,8% della popolazione, che considera le risorse europee e il Pnrr elementi in grado di garantire occupazione e sicurezza economica per lavoratori e famiglie.
Si tratta di alcune evidenze del capitolo ‘Lavoro, professionalità, rappresentanze’ del 55° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese nel 2021.

Retribuzioni disincentivanti e condizioni inadeguate per avviare un’attività

Per il 30,2% degli italiani al primo posto tra i fattori che frenano l’inserimento professionale ci sono le retribuzioni disincentivanti offerte in cambio della prestazione lavorativa. Anche nei confronti di chi dispone di competenze e capacità adeguate. Al secondo posto (29,9%), la persistenza di condizioni inadeguate per avviare un’attività in proprio, dal peso degli adempimenti burocratici al carico fiscale che grava sull’attività d’impresa.

Lavoro dipendente e libere professioni

Quanto alle retribuzioni degli oltre 15 milioni di lavoratori pubblici presenti negli archivi Inps, il dato medio complessivo riferito alla giornata retribuita si attesta a 93 euro. Una donna percepisce una retribuzione inferiore di 28 euro rispetto a un uomo, e la sua retribuzione è inferiore del 18% rispetto alla media. In base all’età emerge invece una differenza di 45 euro tra un under 30 e un over 54, ed è ampia anche la distanza tra la paga giornaliera di chi ha un contratto a tempo indeterminato (97 euro) rispetto al tempo determinato (65 euro), e fra full time e part time: la prima vale più di due volte la seconda. Resta invece intatto l’appeal delle libere professioni, definite dal 40,0% degli italiani attività prestigiose, che fanno valere le competenze acquisite e l’impegno dedicato allo studio. Per il 34,1% poi si tratta di un lavoro utile, importante per la collettività.

Obiettivi di crescita del Pnrr vs basso impegno nella formazione

Il basso impegno nella formazione continua e il ritardo nell’adozione di efficaci politiche attive del lavoro rischiano di rappresentare una strozzatura per il perseguimento degli obiettivi di crescita previsti dal Pnrr. Le imprese italiane di minore dimensione accedono poco ai fondi per la formazione finanziata (6,2%), contro il 64,1% delle aziende che contano più di 1.000 dipendenti. Per realizzare gli obiettivi del Pnrr è necessario disporre di un sistema coerente di politiche attive del lavoro, in grado di gestire il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro. Oggi però i centri pubblici per l’impiego riescono a entrare in contatto soltanto con il 18,7% delle persone in cerca di occupazione, mentre a livello europeo la percentuale sale al 42,5%.

Gli Italiani e il risparmio: cosa è cambiato con la pandemia?

In occasione della 97° Giornata Mondiale del Risparmio Acri-Ipsos ha presentato la 21° edizione dell’indagine dal titolo Gli Italiani e il Risparmio, che delinea il livello di soddisfazione per la propria situazione economica e il proprio tenore di vita, l’atteggiamento e la propensione verso il risparmio, evidenziando i cambiamenti rispetto all’anno passato. Il peggio sembra essere passato, e la minaccia del Covid, per quanto ancora presente, si è ridotta, inducendo il 54% degli italiani a pensare l’emergenza sanitaria sia prossima alla fine. E questo induce ad ampliare le proprie prospettive economiche verso un orizzonte a medio termine.

Il 45% è riuscito ad accumulare risparmi negli ultimi 12 mesi

L’indagine conferma l’evidenza colta lo scorso anno: accanto a una quota di italiani in grado di resistere alle difficoltà (38%), con una situazione economica in miglioramento (13%), persiste una quota non trascurabile, e in crescita, che ha esaurito o è prossima a esaurire le risorse a propria disposizione, sottolineando gravi mancanze (49% vs. 47% nel 2020). Rimane però molto alta la percentuale di italiani che sono riusciti ad accumulare risparmi negli ultimi 12 mesi, e che lo hanno fatto con tranquillità (45%) guardando soprattutto al futuro. Al contempo, rispetto al 2020 è tornato a risalire il numero di famiglie che ha fatto ricorso a risorse proprie o a prestiti (19% vs. 16% nel 2020), descrivendo una situazione che ha portato ad associare il risparmio a un senso di sacrificio.

Si intravedono prospettive di miglioramento

Rispetto al 2020 gli aiuti europei e il PNRR, e la fiducia nel Governo e nel suo operato portano il 40% degli italiani a intravedere prospettive di miglioramento nei prossimi anni. Il cambio di scenario contribuisce a far maturare la consapevolezza del legame esistente tra risparmio privato e rafforzamento del senso di compartecipazione allo sviluppo sociale e civile (fondamentale per il 79% degli italiani vs. 77% nel 2020). Le direttrici lungo cui agire per rendere proficuo questo legame sono la formazione, attraverso cui dare spazio e creare occasioni per la realizzazione professionale dei giovani e per riqualificare i lavoratori (61%,), il welfare, per sostenere le fasce più deboli della popolazione (62%), e la competitività, che non può prescindere da un percorso dettato dalla transizione ecologica verso modelli di sviluppo sostenibili (64%).

L’uscita dall’emergenza sanitaria rischia di allargare la forbice

È quindi forte e condivisa la necessità di un modello inclusivo che ‘non lasci indietro nessuno’ nel recupero sociale. L’uscita dall’emergenza sanitaria rischia infatti di allargare la forbice tra chi sta meglio e chi invece è in difficoltà. In questo contesto, cresce l’interesse per il ruolo del non profit (per il 53% è fondamentale o importante), e più in generale, dei corpi intermedi (per il 39% è fondamentale o importante), che aiutano a intercettare le criticità e a trovare soluzioni per affrontare i problemi di oggi e scongiurare quelli che verranno.

E-commerce dal cellulare: cresce l’uso del mobile per gli acquisti online

“Le persone sono sempre più connesse tramite smartphone e tablet e lo dimostra il fatto che il canale mobile si sia consolidato negli ultimi 4 anni, con una costante ascesa, passando dal 41% del 2018 al 51% nel 2021”, spiega Gloria Ferrante, Marketing Manager Italia di PayPlug. L’e-commerce continua a crescere, e anche nel periodo post pandemia gli acquisti online si fanno sempre più col telefonino.  Più di un acquisto online su due, infatti, ormai viene effettuato tramite dispositivo mobile, soprattutto durante il fine settimana, in estate e nel corso del Black Friday. In particolare, il cellulare si utilizza soprattutto per lo shopping di prodotti cosmetici e di abbigliamento. È quanto emerge da una ricerca condotta da PayPlug, la soluzione di pagamento online pensata e concepita al 100% per le Pmi. 

Cresce il valore medio del carrello su smartphone

Si tratta di un andamento che rispecchia i dati diffusi dall’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, secondo i quali con 15,65 miliardi di euro il mondo smartphone rappresenta il 51% del totale del mondo e-commerce. Ma a consolidarsi è anche il valore medio del carrello su mobile, sempre più spesso superiore ai 75 euro. Questo avviene nel 39% dei casi, una percentuale cresciuta di ben 7 punti dal 2019 (32%), e che sottolinea da parte dei consumatori la grande fiducia e usabilità del mezzo.

Cosmesi e abbigliamento i settori top per lo shopping dal telefonino

Da quanto rileva la ricerca di PayPlug i settori in cui lo shopping da mobile conquista maggiormente i consumatori sono due, quello della cosmesi (55%) e dell’abbigliamento (53%). Ma a spingere gli acquisti da mobile è anche il commercio ‘conversazionale’, ovvero l’atto di vendere prodotti e servizi intrattenendo una conversazione personalizzata con i propri clienti. In particolare, tramite sms, e-mail, oppure tramite applicazioni di messaggistica e chatbot.

Le vendite si concludono con un sms

Secondo la ricerca di PayPlug, tra gennaio e maggio 2021 il 15% dei commercianti ha infatti concluso vendite via sms utilizzando i link di pagamento. Una percentuale di quattro punti superiore rispetto all’11% dello stesso periodo del 2020 Di fatto, i commercianti hanno concluso le vendite inviando sms, e-mail, applicazioni di messaggistica, oppure re-indirizzano il cliente a una pagina di pagamento sicura. In questo modo dal proprio smartphone il cliente ha potuto inserire i dati per il pagamento, e convalidare l’ordine in modo semplice e veloce.

Come prevenire il cancro al seno?

Prevenire il cancro al seno, intesa come una certa riduzione delle possibilità che ciò accada, oggi sappiamo bene che è possibile.

Ci sono infatti oggi delle cose che possiamo fare, e che per la maggior parte riguardano uno stile di vita sano, che aiutano a diminuire drasticamente le possibilità che si presenti in cancro al seno. Vediamo allora di seguito quali sono queste sane abitudini e cosa possiamo fare per poter vivere più tranquilli.

Se sei preoccupata perché ti è capitato che qualche persona vicina a te è stata interessata da un cancro al seno, fai bene a chiederti se ci sono delle cose che puoi fare per diminuire le probabilità che questo ti accada.

Chiaramente ci sono dei fattori sui quali non è possibile lavorare, come la storia familiare. Se ci sono dei parenti vicini a te che sono stati interessati da questo tipo di patologia, probabilmente anche tu avrai una alta predisposizione genetica affinché ciò accada, per questo fai bene a fare una visita senologica periodicamente.

Per il resto, ci sono delle cose che possiamo fare e che riguardano il nostro stile di vita.

Come posso ridurre le probabilità di avere un cancro al seno?

Le ricerche hanno chiaramente dimostrato che ci sono alcune cose che possiamo cominciare a fare e che consentono concretamente di ridurre le possibilità di avere un cancro al seno.

Ciò è vero anche in quelle donne che hanno una predisposizione genetica in tal senso.

In particolare queste azioni quotidiane sono:

– Limitare l’assunzione di alcool: maggiore è la quantità di alcol che beviamo ogni giorno, maggiore è il rischio di poter avere un cancro al seno. Il consiglio generale è dunque quello di limitarsi e bere non più di un bicchiere al giorno, sia esso un drink o del vino, dato che anche piccole quantità sono in grado di aumentare le probabilità di avere un cancro al seno.

– Mantieni il tuo peso ideale: se hai già un peso ideale, fai bene a mantenerlo. Se ti è invece necessario perdere del peso, fai una dieta per rientrare il prima possibile nel tuo peso forma. Cerca di ridurre le calorie che introduci ogni giorno tramite il cibo e prova a fare della attività fisica leggera per favorire il processo di dimagrimento.

– Fai delle attività fisica: l’attività fisica è in grado di aiutarti a mantenere il tuo peso forma, nonchè fare in modo da prevenire il cancro al seno. Tutti, superato il quarantesimo anno di età, dovremmo fare almeno tre ore di ginnastica leggera ogni settimana o circa 75 minuti di attività aerobica leggera.

– Allattare al seno: L’allattamento al seno svolge un ottimo ruolo preventivo nei confronti di questa patologia. Più è lungo il periodo di allattamento, maggiore è la protezione che le mammelle ne ricavano.

– Evita la terapia ormonale: La terapia ormonale post menopausa è in grado di aumentare le probabilità di avere un cancro al seno. Parla per questo con il tuo medico di fiducia o specialista e valuta assieme a lui rischi e benefici di questa terapia. La terapia ormonale potrebbe infatti non essere necessaria.

In ultima analisi, ricorda sempre di mantenere una dieta sana che, oltre a prevenire alcuni tipi di cancro, ti aiuti anche a tenere alla larga malattie quali diabete o patologia cardiache.

Ricorda da questo punto di vista che la dieta mediterranea è tra le migliori, in quanto basata su alimenti di origine vegetale, cereali e legumi.

Tieni a mente infine che è bene anche effettuare periodicamente l’autopalpazione, così da poter percepire in anticipo la presenza di eventuali noduli sospetti da mostrare al medico o allo specialista.

Wellness e nuova normalità, i sei cambiamenti post-pandemia

La pandemia ci ha profondamente cambiati, e nella fase della cosiddetta nuova normalità, anche nel campo del wellness si assisterà a un nuovo modo di prendersi cura del proprio benessere fisico e mentale. Ma torneremo o no in palestra? Dimenticheremo i rischi e i moniti dei medici per ritornare in forma come prima? Secondo il report globale The Next Normal 2030 a cura di McKinsey, saremo sempre più attenti al nostro benessere e alla forma fisica, ma in maniera più ‘olistica’. In pratica, dopo la pandemia saremo più interessati a sei aspetti particolari relativi al benessere, ovvero salute, fitness, alimentazione, look, metodi per dormire e per rilassarsi.

Nuovi trattamenti beauty, tecniche per rilassarsi e facilitare il sonno, anche hitech

Entro il 2030 assisteremo a un boom di servizi estetici,dalle punturine anti rughe rimpolpanti ai trattamenti clinici come dermoabrasione, tatuaggi e trucco personalizzato. Tutto però in nuove location: gli ambulatori medici diventeranno profumerie e le profumerie centri di medicina estetica. La ricerca della consapevolezza, attraverso tecniche di mindfulness, diventerà poi un aspetto essenziale delle nostre vite. Il fenomeno è destinato a crescere e la tecnologia e i dispositivi elettronici indossabili faranno la parte del leone. La pandemia ha però anche accentuato l’ansia, e se non sorprende il boom dei prodotti per facilitare il riposo, e i dispositivi hitech per migliorare il sonno, tramite la musica o massaggi rilassanti, profumi per aromaterapia e altro.

Fitness in casa con l’istruttore influencer, e più attenzione alle etichette

Dopo la casa e l’ufficio alle palestre spetterà l’appellativo di ‘terzo luogo’. Entro il 2030 ci torneremo, ma in modo nuovo: le soluzioni casalinghe del fitness andranno per la maggiore e ai templi del wellness spetterà un ruolo chiave di monitoraggio, motivazione, guida e coaching per il nostro benessere. E gli istruttori più bravi e carismatici saranno i nuovi influencer, con lezioni e tecniche che impartiranno anche nella versione online. Quanto all’alimentazione, nei supermarket leggeremo sempre di più le etichette dei prodotti per il nostro wellness. L’abbiamo imparato negli ultimi due anni: controlliamo che non ci sia lo zucchero e che gli ingredienti siano sostenibili.

Boom dei trattamenti fai da te

I metodi di cura di sé una volta detti ‘alternativi’ e visti con sospetto, scrive Ansa, saranno sempre più inglobati nelle abitudini comuni. I dispositivi usati dagli specialisti negli ambulatori per fare diagnosi entreranno nelle case e i farmaci di uso comune traslocheranno dal bancone del farmacista agli scaffali di libero shopping. Cresceranno gli OTC (farmaci senza ricetta), gli integratori e i dispositivi medici di teleconsulenza per diagnosi, prevenzione e trattamento da eseguire direttamente a casa propria.
In crescita l’e-commerce dei prodotti salutistici, perché l’abitudine a fare shopping online (anche con l’opzione compra online e ritira in farmacia) si è consolidata negli anni dei lockdown.

Più salute, meno stress, stessa produttività: la settimana lavorativa di 4 giorni sarà il futuro?

Una settimana lavorativa di soli 4 giorni, però con lo stesso stipendio di 5? Non si tratta di un’utopia, ma di un possibile scenario che potrebbe verificarsi nel mondo del lavoro. Esperimenti condotti in tal senso hanno infatti rivelato che in questo modo non solo la produttività resta identica, ma addirittura migliora. E per i lavoratori si tratta di un grande passo avanti verso una migliore qualità della vita, con effetti benefici sulla salute, sulla riduzione dello stress e in generale sul work-life balance. Insomma, tutti contenti: aziende e dipendenti. A dimostrarlo è uno studio condotto in Islanda su un campione di  2.500 lavoratori, ovvero l’1% della popolazione attiva. L’esperimento è stato messo in campo tra il 2015 e il 2019, con una riduzione dell’orario di lavoro da 40 a 35-36 ore settimanali, per arrivare a una settimana lavorativa composta solamente tra 4 giorni. I dipendenti erano impiegati in diversi settori del pubblico, dagli ospedali agli uffici amministrativi, dai servizi sociali alle scuole materie. I risultati? Decisamente positivi e incoraggianti. 

Test analoghi in altri Paesi d’Europa

Quello islandese non è però un caso isolato. Sono diversi i Paesi europei che stanno discutendo o hanno discusso sulla possibilità di accorciare la settimana lavorativa a soli 4 giorni. Ad esempio Spagna, Finlandia e Germania stanno valutando l’opportunità di introdurre la settimana corta, che risolverebbe più di un problema. E anche in Italia potrebbe essere un’opzione valida, anche perché l’Italia è il secondo Paese in Europa per quantità di ore settimanali lavorate, che sono mediamente 7 in più rispetto a quelle della Germania. Davvero tante. In effetti, qualche azienda virtuosa che ha attivato la settimana di 4 giorni già esiste: è il caso della Raffin House Technology di Brunico, in Alto Adige, che sta testando questa formula con risultati molto soddisfacenti sia per l’azienda sia per i lavoratori.

Italia simile al Giappone

“E’ notizia di pochi giorni fa che lo stesso Giappone desidera introdurre la settimana corta, e non a caso” spiega Carola Adami, co-fondatrice della società italiana di head hunting Adami & Associati.. “Tutti conosciamo il Giappone come un Paese in cui l’attaccamento dei dipendenti e all’azienda è fortissimo, tanto da toccare talvolta lo stacanovismo; è però anche vero che questo Paese sta affrontando problemi come la produttività bassa, il calo demografico e il calo dei consumi. Introducendo la settimana corta, e quindi aumentando il tempo libero da dedicare alla famiglia o alla formazione, si potrebbe raggiungere il doppio obiettivo di aumentare la produttività e di rilanciare i consumi” continua Adami. Questa mossa del Giappone dovrebbe spingerci a guardare con ancora maggiore attenzione alla possibilità della settimana corta. “Proprio così, soprattutto pensando che anche in Italia si affrontano problemi simili a quelli giapponesi: basta guardare ai dati relativi all’andamento demografico, alla produttività e alle ore lavorate” conclude Adami.

La ricetta della felicità? Amici e birra

Cosa rende felici gli italiani, dopo più di un anno di restrizioni e chiusure imposte dalla pandemia? E, soprattutto, cosa vorrebbero fare nell’estate del 2021? La risposta è molto semplice: la felicità è una serata al ristorante, con gli amici e una birra. A fotografare i desideri di nostri connazionali è stato uno studio commissionato da Osservatorio Birra all’Istituto Piepoli, che mostra attese e speranze degli italiani verso l’estate e le riaperture, dopo mesi di convivenza con coprifuoco e distanziamento sociale. In prima battuta, il sogno è quello di poter partire per una vacanza con gli amici (31%), seguito da quello di poter andare al ristorante o in pizzeria in compagnia (23%), per una serata davanti a una birra. La ricerca “Il nuovo fuori casa degli italiani” rivela quindi che la voglia di tornare ad uscire e incontrarsi è tanta, però con la consapevolezza che questo ritorno alla socialità perduta andrà conquistato e mantenuto con responsabilità.

Le “voglie” dei beer lover

Anche se va bene – anzi benissimo – la prudenza, le persone hanno voglia di uscire e di vivere i luoghi del fuori casa. E questo desiderio è particolarmente avvertito dai beer lover, i consumatori di birra, che più degli altri hanno voglia di convivialità. Infatti, se la quasi totalità degli italiani (92%) ritiene importante tornare a condividere il tempo libero fuori casa, gli appassionati di birra hanno sofferto maggiormente l’impossibilità di ritrovarsi nei luoghi di aggregazione come bar, pub, ristoranti e pizzerie (l’82% contro il 69% dei non consumatori). Proprio loro, infatti, saranno il motore della ripartenza dei consumi extradomestici: quasi 8 beer lover su 10 (78%) dichiarano che passeranno più tempo condiviso al di fuori delle mura domestiche nei prossimi mesi, contro il 71% dei non consumatori.

La birra batte il caffè

La birra la fa da padrona nelle scelte dei consumi fuori casa, confermandosi la bevanda “conviviale” per eccellenza. Con il 61% delle preferenze, la birra è stata la più consumata in questo periodo di graduali riaperture, davanti a caffè (43%), acqua (34%) e vino (38%). E, nelle intenzioni degli italiani, resterà la più bevuta fuori casa anche nei prossimi mesi, doppiando, con il 67% delle preferenze, caffè (28%), aperitivi e cocktail (24%). Alle dichiarazioni dagli italiani fa eco la conferma dagli addetti ai lavori dell’Ho.Re.Ca.: se è attorno a una birra stiamo ricostruendo il nostro stare insieme, questa bevanda può essere un ingrediente strategico anche per la ripresa dei luoghi del fuori casa. 

Il Covid cambia il business online, più app per salute mentale meno turismo

La pandemia ha cambiato i business digitali, e nell’era Covid volano le app del settore salute mentale mentre i consumatori digitali iniziano a girare le spalle al settore turismo. Stando all’ultima indagine realizzata dalla piattaforma danese di recensioni Trustpilot, e anticipata dall’Adnkronos, il settore Sanità mentale & Benessere registra infatti una crescita a 3 cifre, e le richieste di terapia virtuale sono cresciute del 309%, mentre il comparto Viaggi & Turismo è quello maggiormente penalizzato, con 900 milioni di turisti in meno nel 2020. 

Salute mentale, benessere o wellness menzionate 10.811 volte

A rilevare un vero boom è Ginger, app per recuperare la salute mentale, che nel settembre 2020 registra il picco nel tasso di utilizzo, con un incremento di uso del 159% rispetto alla media pre-Covid. Secondo Trustpilot, anche l’app Doctor On Demand ha visto un aumento massiccio di pazienti che necessitavano di tele-terapia, con oltre il 50% di crescita per tutto il mese di ottobre. Trustpilot ha analizzato anche le proprie recensioni, per verificare quanto spesso venissero menzionate parole come salute mentale, benessere o wellness. E se tra agosto e novembre 2020 sono state menzionate 2.780 volte, tra novembre 2020 e febbraio 2021 sono arrivate a 4.787. Un dato ancora più esplicito nel confronto anno su anno: le stesse parole tra febbraio 2019 e febbraio 2020 erano state menzionate 3219 volte, mentre tra febbraio 2020 e febbraio 2021 il valore è più che triplicato (10.811 volte).

Durante la pandemia -81,8% recensioni relative a prodotti di viaggio

Riguardo viaggi e turismo, invece, l’Organizzazione Mondiale del Turismo (Unwto) rileva che le destinazioni di viaggio più popolari hanno accolto 900 milioni di turisti internazionali in meno tra gennaio e ottobre 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019.
Nello stesso periodo di tempo, anche gli arrivi internazionali sono calati di oltre il 74%. Nel marzo del 2021, la piattaforma danese di recensioni ha esaminato l’attività dei consumatori relativamente al settore del turismo. E il numero medio di recensioni di viaggio raccolte durante la pandemia, è stato inferiore del 39,7% rispetto all’anno precedente. Allo stesso modo, il numero medio di recensioni relative a prodotti di viaggio rilasciate durante la pandemia è stato inferiore dell’81,8% rispetto al 2019.

Un aumento della domanda nei confronti delle agenzie di viaggio

“I dati raccolti da Trustpilot suggeriscono che il settore Salute & Benessere continuerà a crescere rapidamente nei prossimi mesi e che c’è speranza anche per il futuro del turismo”, commenta Claudio Ciccarelli, Country Manager di Trustpilot in Italia. 
Nella seconda estate segnata dal Covid, infatti, Ciccarelli segnala che “stiamo assistendo a un aumento della domanda nei confronti delle agenzie di viaggio a causa della confusione relativa alle regole e alle misure restrittive diverse di Paese in Paese -. Risulta, quindi, essenziale farsi trovare preparati e ricordare che, per puntare alla ripresa, bisogna assecondare i trend e le richieste dei consumatori, essendo pronti a rinnovarsi con loro”.

Pandemia e Gender Gap, l’impatto sui Paesi del G7

Gli stereotipi sul ruolo delle donne nella società sono ancora molto diffusi, e ciò rende sempre più reale il rischio di un ritiro delle donne dalla scena economica, anche a causa dell’impatto della pandemia. I modelli tradizionali infatti rimangono ancora molto attuali nei Paesi del G7, soprattutto quando si tratta del ruolo delle donne e del confronto tra maternità e carriera, e la situazione dopo il Covid è peggiorata. Un sondaggio Ipsos, condotto per WeWorld Onlus, ha indagato la condizione economica delle donne italiane in epoca di Covid-19, mostrando come una donna su 2 abbia visto peggiorare la propria situazione economica a causa del Coronavirus e una lavoratrice su 2 abbia paura di perdere il proprio posto di lavoro.

Stereotipi ancora troppo diffusi 

Se il 64% degli intervistati e il 70% delle donne crede che “sia più difficile per una donna che per un uomo avere una carriera di successo”, il 50% degli intervistati e il 49% delle donne crede che “se vuoi essere una buona madre devi accettare di sacrificare parte della tua carriera professionale”. Questi modelli sono così forti che molti degli intervistati mascherano l’esistenza di disuguaglianze di genere e i meccanismi attraverso i quali queste disuguaglianze si diffondono. Tanto che il 46% degli intervistati ritiene che “le persone esagerano le disuguaglianze di genere”, e il 43% crede che “le donne non scelgono le stesse carriere degli uomini per propria scelta e libera volontà.

La riduzione delle diseguaglianze di genere dovrebbe essere una priorità

Tutti gli intervistati però ritengono che le disuguaglianze di genere esistano almeno in qualche misura, e siano diffuse nei Paesi del G7. Inoltre, in Italia, Stati Uniti e Giappone le persone ritengono che il livello di disuguaglianza di genere sia più alto nel proprio Paese che nel resto del G7. Le disuguaglianze di genere sono una realtà, per questo i cittadini dei Paesi del G7 ritengono che la loro riduzione dovrebbe essere considerata una priorità. Il 90% crede che colmare il gender gap sia importante e per il 29% è addirittura una priorità assoluta (32% donne). Questa aspettativa è ancora più forte in Italia (95%), dove il 50% delle italiane pensa che dovrebbe essere una priorità assoluta.

Le pari opportunità e l’effetto positivo su società e lavoro

Il 97% degli intervistati ritiene che colmare il gender gap nel periodo post-Covid sarà un obiettivo ancora più difficile da raggiungere, e sono soprattutto gli italiani a essere preoccupati. Se le donne avessero le stesse opportunità degli uomini, per il 79% degli intervistati questo avrebbe un effetto positivo sulla società nel suo complesso, per il 74% sull’occupazione, per il 74% sulla crescita economica e per il 73% sui salari complessivi. La percentuale di uomini che pensano che l’integrazione delle donne avrebbe impatti positivi però è leggermente diminuita rispetto all’anno scorso. È possibile che alcuni di loro, in questo periodo instabile e incerto, possano sentirsi minacciati, e quindi meno propensi a sostenere la promozione delle donne.