Autore: Giampiero Prugna

Italia, l’ecommerce penalizzato dai ritardi tecnologici

Quanto vale l’ecommerce a livello mondiale? Tanti, anzi tantissimo: il mercato online B2C vale globalmente 4.280 miliardi di dollari e raggiungerà quota 4.891 miliardi nel corso del 2021. Il “peso” dello shopping online, in tutti i settori, è cresciuto sensibilmente negli ultimi mesi, quando l’emergenza pandemica ha spinto anche nuove fasce della popolazione ad avvicinarsi a questa modalità d’acquisto. E il trend, nonostante le cose – a livello sanitario – stiano tornando alla normalità, non accenna certo a spegnersi. D’altronde comprare on line è comodo e oggi anche sicuro. In questo scenario, come si posiziona l’Italia nel panorama dei Paesi che hanno scommesso sull’e-commerce? Purtroppo potrebbe fare meglio, come rivela una indagine condotta da Timotico, società di comunicazione integrata. 

Gli aspetti che non funzionano nel nostro Paese

Le premesse affinchè in Italia il comparto dell’ecommerce sia veramente dinamico ci potrebbero essere, ma esistono ancora delle difficoltà oggettive, specie legate ai ritardi nell’adozione di tecnologia all’avanguardia e nell’utilizzo strategico del content marketing. “Ci sono aziende – afferma con un comunicato Federica Argentieri, ad e fondatrice di Timotico – anche molto affermate da generazioni che si trovano in crisi dal momento che la concorrenza online gli sta rubando grossissime fette di mercato”. L’80% delle Pmi afferma nell’indagine di avere un proprio sito web, “ma sono poche quelle con siti ottimizzati, performanti anche su mobile e costantemente aggiornati. E questo nonostante il fatto che 50 milioni di italiani siano connessi ogni giorno”.

No ai contenuti esclusivamente promozionali

“Un errore frequente da parte delle aziende – dice ancora la Argentieri – è di pubblicare sui social solo contenuti promozionali che, alla lunga, non fanno che stancare il pubblico, con la conseguente penalizzazione da parte della piattaforma”. Tutto, insomma, ruota attorno alla costruzione di una narrativa. “È fondamentale, come emerge dall’indagine, alternare contenuti diversi e arricchirli con informazioni utili e di intrattenimento per le persone, in una proporzione del ’70/30′: 70% di contenuti reputazionali, ispirazionali, informativi e che coinvolgano sempre di più l’audience e 30% di contenuti destinati alla vendita pura”. Insomma, conclude l’indagine, l’improvvisazione non paga nella vita reale come nel web: per questo è opportuno affidarsi a chi ha le capacità di fare content marketing, adottando un piano d’azione per la produzione e distribuzione di contenuti testuali, audio-video, foto e grafiche su siti web, blog, ecommerce e social che sia coerente con il brand aziendale.

Caffè, un piacere della vita e un punto di forza del Made in Italy

Il caffè è un piacere della vita, un rito irrinunciabile e un’eccellenza del Made in Italy. La seconda edizione dell’indagine Gli italiani e il caffè, condotta da AstraRicerche per conto del Consorzio Promozione Caffè, lo conferma. Tanto che per il 72,5% degli intervistati il caffè è proprio uno dei piaceri della vita, mentre per oltre il 75%, un punto di forza del Made in Italy. Il 97% degli intervistati afferma poi di bere abitualmente caffè o bevande a base di caffè, e per oltre la metà (54%) il consumo è di tre o più tazzine al giorno, con un aumento significativo nella fascia 18-35 anni. E pur continuando a essere un momento di relax (75%), il caffè è sempre più apprezzato per le sue qualità “energizzanti”. Oltre ad aiutare la concentrazione e il risveglio (73,3%), la tazzina rappresenta per molti il vero inizio della giornata (40,8%), e il modo ideale per ritrovare la carica e la voglia di fare (39%).

Su 100 tazzine, 57 sono consumate a casa. Ma torna la voglia di gustarlo al bar

La casa si conferma il luogo più amato per bere il caffè: su 100 caffè, 57 sono consumati tra le mura domestiche. Ma è tornata più forte di prima anche la voglia di bere un caffè al bar, luogo di chiacchierare (26,1%), rito mattutino (31,5%), e un modo per sostenere l’economia e i piccoli esercenti (41%). E se gli italiani stanno tornando con fiducia al bar, il 29,8% dichiara di aver bevuto più caffè al bar nei mesi di giugno e luglio, e il 21,3% afferma di esserci andato più spesso rispetto al periodo pre-Covid.

Capsule e cialde vincono sulla moka

Se un terzo degli italiani sceglie la moka per preparare il caffè (31,5%, -5,7% rispetto al 2020), capsule e cialde sono preferite dal 43% (+3,6% rispetto al 2020). I motivi di tanto successo? Sono comode da preparare (77%), hanno un ottimo gusto (62%), e per un italiano su due hanno un giusto rapporto qualità prezzo. A sceglierle sono soprattutto gli intervistati tra i 45 e i 55 anni, mentre la moka continua a esercitare un grande fascino tra le donne e gli over 55. Gli italiani hanno poi iniziato a sperimentare l’e-commerce anche per il caffè. Più di due consumatori su tre (69,6%) hanno fatto acquisti sia sui grandi marketplace sia sugli e-store specializzati, o attraverso il servizio della ‘spesa a casa’. 

Tutti i benefici in termini di salute e benessere

“Una vasta letteratura evidenzia i numerosi benefici associati a un moderato consumo di caffè su importanti aspetti della fisiologia umana – dichiara il professor Luca Piretta, Nutrizionista e Gastroenterologo dell’Università Campus Bio-Medico di Roma – dalla memoria alla concentrazione, dalla performance fisica al rallentamento del fisiologico declino cognitivo legato all’età, dalla riduzione del rischio di malattie neurodegenerative, come il morbo di Alzheimer e la malattia di Parkinson, a una forte azione preventiva e protettiva nei confronti del diabete di tipo 2 e di alcune malattie del fegato”.

E-commerce dal cellulare: cresce l’uso del mobile per gli acquisti online

“Le persone sono sempre più connesse tramite smartphone e tablet e lo dimostra il fatto che il canale mobile si sia consolidato negli ultimi 4 anni, con una costante ascesa, passando dal 41% del 2018 al 51% nel 2021”, spiega Gloria Ferrante, Marketing Manager Italia di PayPlug. L’e-commerce continua a crescere, e anche nel periodo post pandemia gli acquisti online si fanno sempre più col telefonino.  Più di un acquisto online su due, infatti, ormai viene effettuato tramite dispositivo mobile, soprattutto durante il fine settimana, in estate e nel corso del Black Friday. In particolare, il cellulare si utilizza soprattutto per lo shopping di prodotti cosmetici e di abbigliamento. È quanto emerge da una ricerca condotta da PayPlug, la soluzione di pagamento online pensata e concepita al 100% per le Pmi. 

Cresce il valore medio del carrello su smartphone

Si tratta di un andamento che rispecchia i dati diffusi dall’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, secondo i quali con 15,65 miliardi di euro il mondo smartphone rappresenta il 51% del totale del mondo e-commerce. Ma a consolidarsi è anche il valore medio del carrello su mobile, sempre più spesso superiore ai 75 euro. Questo avviene nel 39% dei casi, una percentuale cresciuta di ben 7 punti dal 2019 (32%), e che sottolinea da parte dei consumatori la grande fiducia e usabilità del mezzo.

Cosmesi e abbigliamento i settori top per lo shopping dal telefonino

Da quanto rileva la ricerca di PayPlug i settori in cui lo shopping da mobile conquista maggiormente i consumatori sono due, quello della cosmesi (55%) e dell’abbigliamento (53%). Ma a spingere gli acquisti da mobile è anche il commercio ‘conversazionale’, ovvero l’atto di vendere prodotti e servizi intrattenendo una conversazione personalizzata con i propri clienti. In particolare, tramite sms, e-mail, oppure tramite applicazioni di messaggistica e chatbot.

Le vendite si concludono con un sms

Secondo la ricerca di PayPlug, tra gennaio e maggio 2021 il 15% dei commercianti ha infatti concluso vendite via sms utilizzando i link di pagamento. Una percentuale di quattro punti superiore rispetto all’11% dello stesso periodo del 2020 Di fatto, i commercianti hanno concluso le vendite inviando sms, e-mail, applicazioni di messaggistica, oppure re-indirizzano il cliente a una pagina di pagamento sicura. In questo modo dal proprio smartphone il cliente ha potuto inserire i dati per il pagamento, e convalidare l’ordine in modo semplice e veloce.

Come prevenire il cancro al seno?

Prevenire il cancro al seno, intesa come una certa riduzione delle possibilità che ciò accada, oggi sappiamo bene che è possibile.

Ci sono infatti oggi delle cose che possiamo fare, e che per la maggior parte riguardano uno stile di vita sano, che aiutano a diminuire drasticamente le possibilità che si presenti in cancro al seno. Vediamo allora di seguito quali sono queste sane abitudini e cosa possiamo fare per poter vivere più tranquilli.

Se sei preoccupata perché ti è capitato che qualche persona vicina a te è stata interessata da un cancro al seno, fai bene a chiederti se ci sono delle cose che puoi fare per diminuire le probabilità che questo ti accada.

Chiaramente ci sono dei fattori sui quali non è possibile lavorare, come la storia familiare. Se ci sono dei parenti vicini a te che sono stati interessati da questo tipo di patologia, probabilmente anche tu avrai una alta predisposizione genetica affinché ciò accada, per questo fai bene a fare una visita senologica periodicamente.

Per il resto, ci sono delle cose che possiamo fare e che riguardano il nostro stile di vita.

Come posso ridurre le probabilità di avere un cancro al seno?

Le ricerche hanno chiaramente dimostrato che ci sono alcune cose che possiamo cominciare a fare e che consentono concretamente di ridurre le possibilità di avere un cancro al seno.

Ciò è vero anche in quelle donne che hanno una predisposizione genetica in tal senso.

In particolare queste azioni quotidiane sono:

– Limitare l’assunzione di alcool: maggiore è la quantità di alcol che beviamo ogni giorno, maggiore è il rischio di poter avere un cancro al seno. Il consiglio generale è dunque quello di limitarsi e bere non più di un bicchiere al giorno, sia esso un drink o del vino, dato che anche piccole quantità sono in grado di aumentare le probabilità di avere un cancro al seno.

– Mantieni il tuo peso ideale: se hai già un peso ideale, fai bene a mantenerlo. Se ti è invece necessario perdere del peso, fai una dieta per rientrare il prima possibile nel tuo peso forma. Cerca di ridurre le calorie che introduci ogni giorno tramite il cibo e prova a fare della attività fisica leggera per favorire il processo di dimagrimento.

– Fai delle attività fisica: l’attività fisica è in grado di aiutarti a mantenere il tuo peso forma, nonchè fare in modo da prevenire il cancro al seno. Tutti, superato il quarantesimo anno di età, dovremmo fare almeno tre ore di ginnastica leggera ogni settimana o circa 75 minuti di attività aerobica leggera.

– Allattare al seno: L’allattamento al seno svolge un ottimo ruolo preventivo nei confronti di questa patologia. Più è lungo il periodo di allattamento, maggiore è la protezione che le mammelle ne ricavano.

– Evita la terapia ormonale: La terapia ormonale post menopausa è in grado di aumentare le probabilità di avere un cancro al seno. Parla per questo con il tuo medico di fiducia o specialista e valuta assieme a lui rischi e benefici di questa terapia. La terapia ormonale potrebbe infatti non essere necessaria.

In ultima analisi, ricorda sempre di mantenere una dieta sana che, oltre a prevenire alcuni tipi di cancro, ti aiuti anche a tenere alla larga malattie quali diabete o patologia cardiache.

Ricorda da questo punto di vista che la dieta mediterranea è tra le migliori, in quanto basata su alimenti di origine vegetale, cereali e legumi.

Tieni a mente infine che è bene anche effettuare periodicamente l’autopalpazione, così da poter percepire in anticipo la presenza di eventuali noduli sospetti da mostrare al medico o allo specialista.

Gli italiani cambiano 5 automobili nel corso della vita

In media gli italiani sostituiscono la propria auto ogni 7 anni e mezzo. In pratica, nell’arco della propria vita acquistano un numero pari a 5 vetture. È quanto ha scoperto un’indagine commissionata da Facile.it e MiaCar agli istituti di ricerca mUp Research e Norstat. A livello nazionale la ricerca ha messo in luce che il 15% degli automobilisti cambia l’auto ogni 5-6 anni e il 12,5% ogni 7-8 anni. Inoltre, il 5,3% degli automobilisti dichiara di sostituire la propria vettura con maggior frequenza, ovvero, al massimo ogni 2 anni, mentre il 19% lo fa non prima che siano trascorsi almeno 10 anni.

Gli uomini cambiano l’auto con più frequenza delle donne

I dati però variano a seconda del genere e dell’area geografica di residenza. Gli uomini, ad esempio, cambiano l’auto ogni 6 anni e mezzo, più frequentemente rispetto alle donne, che invece tendono a sostituire il proprio veicolo solo dopo 8 anni e mezzo. A livello territoriale, invece, emerge che gli automobilisti residenti nel Nord Italia cambiano l’auto più spesso, in media, prima del suo settimo compleanno, mentre al Sud e nelle Isole ogni 7 anni e mezzo, e nel Centro Italia addirittura ogni 8 anni e 3 mesi. 

Perché si sostituisce l’automobile?

In generale, la prima ragione che spinge gli italiani ad acquistare un nuovo modello è l’età del mezzo. Il 55% dei rispondenti dichiara infatti di cambiare la propria auto solo quando questa diventa vecchia. Il 36% degli intervistati, invece, spiega di aver sostituito l’auto perché la precedente aveva fatto troppi chilometri, mentre il 25,6% perché non era più adatta alle esigenze familiari.  E se il 17,6% ha dovuto comprare un nuovo veicolo perché il precedente si era danneggiato a causa di un sinistro, non mancano coloro che cambiano l’auto abitualmente solo dopo pochi anni perché vogliono guidare un mezzo sempre nuovo (10,8%).

La prima auto si acquista a 26 anni e mezzo

Se è vero che la patente di guida si prende normalmente intorno ai 20 anni, e che all’inizio molti utilizzano un veicolo di famiglia, per l’acquisto della prima auto gli italiani attendono, in media, fino a 26 anni e mezzo. Sebbene non vi siano differenze significative tra uomini e donne l’età varia in modo più marcato a livello territoriale. Nel Nord la prima vettura si acquista a 25 anni, nel Centro dopo i 26 anni e al Sud e nelle Isole addirittura solo dopo il 27 anni. In media, poi, questo veicolo lo si cambia dopo 8 anni e mezzo, con differenze tra uomini e donne. I primi cambiano la prima auto, in media, dopo 7 anni e 4 mesi, mentre le donne solo dopo quasi 10 anni.  A livello geografico, invece, la prima auto dura più nel Centro Italia (9 anni e 8 mesi) e al Sud e nelle Isole (poco più di 8 anni e 7 mesi), mentre nel Nord viene sostituita, in media, prima degli 8 anni di età.

Wellness e nuova normalità, i sei cambiamenti post-pandemia

La pandemia ci ha profondamente cambiati, e nella fase della cosiddetta nuova normalità, anche nel campo del wellness si assisterà a un nuovo modo di prendersi cura del proprio benessere fisico e mentale. Ma torneremo o no in palestra? Dimenticheremo i rischi e i moniti dei medici per ritornare in forma come prima? Secondo il report globale The Next Normal 2030 a cura di McKinsey, saremo sempre più attenti al nostro benessere e alla forma fisica, ma in maniera più ‘olistica’. In pratica, dopo la pandemia saremo più interessati a sei aspetti particolari relativi al benessere, ovvero salute, fitness, alimentazione, look, metodi per dormire e per rilassarsi.

Nuovi trattamenti beauty, tecniche per rilassarsi e facilitare il sonno, anche hitech

Entro il 2030 assisteremo a un boom di servizi estetici,dalle punturine anti rughe rimpolpanti ai trattamenti clinici come dermoabrasione, tatuaggi e trucco personalizzato. Tutto però in nuove location: gli ambulatori medici diventeranno profumerie e le profumerie centri di medicina estetica. La ricerca della consapevolezza, attraverso tecniche di mindfulness, diventerà poi un aspetto essenziale delle nostre vite. Il fenomeno è destinato a crescere e la tecnologia e i dispositivi elettronici indossabili faranno la parte del leone. La pandemia ha però anche accentuato l’ansia, e se non sorprende il boom dei prodotti per facilitare il riposo, e i dispositivi hitech per migliorare il sonno, tramite la musica o massaggi rilassanti, profumi per aromaterapia e altro.

Fitness in casa con l’istruttore influencer, e più attenzione alle etichette

Dopo la casa e l’ufficio alle palestre spetterà l’appellativo di ‘terzo luogo’. Entro il 2030 ci torneremo, ma in modo nuovo: le soluzioni casalinghe del fitness andranno per la maggiore e ai templi del wellness spetterà un ruolo chiave di monitoraggio, motivazione, guida e coaching per il nostro benessere. E gli istruttori più bravi e carismatici saranno i nuovi influencer, con lezioni e tecniche che impartiranno anche nella versione online. Quanto all’alimentazione, nei supermarket leggeremo sempre di più le etichette dei prodotti per il nostro wellness. L’abbiamo imparato negli ultimi due anni: controlliamo che non ci sia lo zucchero e che gli ingredienti siano sostenibili.

Boom dei trattamenti fai da te

I metodi di cura di sé una volta detti ‘alternativi’ e visti con sospetto, scrive Ansa, saranno sempre più inglobati nelle abitudini comuni. I dispositivi usati dagli specialisti negli ambulatori per fare diagnosi entreranno nelle case e i farmaci di uso comune traslocheranno dal bancone del farmacista agli scaffali di libero shopping. Cresceranno gli OTC (farmaci senza ricetta), gli integratori e i dispositivi medici di teleconsulenza per diagnosi, prevenzione e trattamento da eseguire direttamente a casa propria.
In crescita l’e-commerce dei prodotti salutistici, perché l’abitudine a fare shopping online (anche con l’opzione compra online e ritira in farmacia) si è consolidata negli anni dei lockdown.

Più salute, meno stress, stessa produttività: la settimana lavorativa di 4 giorni sarà il futuro?

Una settimana lavorativa di soli 4 giorni, però con lo stesso stipendio di 5? Non si tratta di un’utopia, ma di un possibile scenario che potrebbe verificarsi nel mondo del lavoro. Esperimenti condotti in tal senso hanno infatti rivelato che in questo modo non solo la produttività resta identica, ma addirittura migliora. E per i lavoratori si tratta di un grande passo avanti verso una migliore qualità della vita, con effetti benefici sulla salute, sulla riduzione dello stress e in generale sul work-life balance. Insomma, tutti contenti: aziende e dipendenti. A dimostrarlo è uno studio condotto in Islanda su un campione di  2.500 lavoratori, ovvero l’1% della popolazione attiva. L’esperimento è stato messo in campo tra il 2015 e il 2019, con una riduzione dell’orario di lavoro da 40 a 35-36 ore settimanali, per arrivare a una settimana lavorativa composta solamente tra 4 giorni. I dipendenti erano impiegati in diversi settori del pubblico, dagli ospedali agli uffici amministrativi, dai servizi sociali alle scuole materie. I risultati? Decisamente positivi e incoraggianti. 

Test analoghi in altri Paesi d’Europa

Quello islandese non è però un caso isolato. Sono diversi i Paesi europei che stanno discutendo o hanno discusso sulla possibilità di accorciare la settimana lavorativa a soli 4 giorni. Ad esempio Spagna, Finlandia e Germania stanno valutando l’opportunità di introdurre la settimana corta, che risolverebbe più di un problema. E anche in Italia potrebbe essere un’opzione valida, anche perché l’Italia è il secondo Paese in Europa per quantità di ore settimanali lavorate, che sono mediamente 7 in più rispetto a quelle della Germania. Davvero tante. In effetti, qualche azienda virtuosa che ha attivato la settimana di 4 giorni già esiste: è il caso della Raffin House Technology di Brunico, in Alto Adige, che sta testando questa formula con risultati molto soddisfacenti sia per l’azienda sia per i lavoratori.

Italia simile al Giappone

“E’ notizia di pochi giorni fa che lo stesso Giappone desidera introdurre la settimana corta, e non a caso” spiega Carola Adami, co-fondatrice della società italiana di head hunting Adami & Associati.. “Tutti conosciamo il Giappone come un Paese in cui l’attaccamento dei dipendenti e all’azienda è fortissimo, tanto da toccare talvolta lo stacanovismo; è però anche vero che questo Paese sta affrontando problemi come la produttività bassa, il calo demografico e il calo dei consumi. Introducendo la settimana corta, e quindi aumentando il tempo libero da dedicare alla famiglia o alla formazione, si potrebbe raggiungere il doppio obiettivo di aumentare la produttività e di rilanciare i consumi” continua Adami. Questa mossa del Giappone dovrebbe spingerci a guardare con ancora maggiore attenzione alla possibilità della settimana corta. “Proprio così, soprattutto pensando che anche in Italia si affrontano problemi simili a quelli giapponesi: basta guardare ai dati relativi all’andamento demografico, alla produttività e alle ore lavorate” conclude Adami.

La ricetta della felicità? Amici e birra

Cosa rende felici gli italiani, dopo più di un anno di restrizioni e chiusure imposte dalla pandemia? E, soprattutto, cosa vorrebbero fare nell’estate del 2021? La risposta è molto semplice: la felicità è una serata al ristorante, con gli amici e una birra. A fotografare i desideri di nostri connazionali è stato uno studio commissionato da Osservatorio Birra all’Istituto Piepoli, che mostra attese e speranze degli italiani verso l’estate e le riaperture, dopo mesi di convivenza con coprifuoco e distanziamento sociale. In prima battuta, il sogno è quello di poter partire per una vacanza con gli amici (31%), seguito da quello di poter andare al ristorante o in pizzeria in compagnia (23%), per una serata davanti a una birra. La ricerca “Il nuovo fuori casa degli italiani” rivela quindi che la voglia di tornare ad uscire e incontrarsi è tanta, però con la consapevolezza che questo ritorno alla socialità perduta andrà conquistato e mantenuto con responsabilità.

Le “voglie” dei beer lover

Anche se va bene – anzi benissimo – la prudenza, le persone hanno voglia di uscire e di vivere i luoghi del fuori casa. E questo desiderio è particolarmente avvertito dai beer lover, i consumatori di birra, che più degli altri hanno voglia di convivialità. Infatti, se la quasi totalità degli italiani (92%) ritiene importante tornare a condividere il tempo libero fuori casa, gli appassionati di birra hanno sofferto maggiormente l’impossibilità di ritrovarsi nei luoghi di aggregazione come bar, pub, ristoranti e pizzerie (l’82% contro il 69% dei non consumatori). Proprio loro, infatti, saranno il motore della ripartenza dei consumi extradomestici: quasi 8 beer lover su 10 (78%) dichiarano che passeranno più tempo condiviso al di fuori delle mura domestiche nei prossimi mesi, contro il 71% dei non consumatori.

La birra batte il caffè

La birra la fa da padrona nelle scelte dei consumi fuori casa, confermandosi la bevanda “conviviale” per eccellenza. Con il 61% delle preferenze, la birra è stata la più consumata in questo periodo di graduali riaperture, davanti a caffè (43%), acqua (34%) e vino (38%). E, nelle intenzioni degli italiani, resterà la più bevuta fuori casa anche nei prossimi mesi, doppiando, con il 67% delle preferenze, caffè (28%), aperitivi e cocktail (24%). Alle dichiarazioni dagli italiani fa eco la conferma dagli addetti ai lavori dell’Ho.Re.Ca.: se è attorno a una birra stiamo ricostruendo il nostro stare insieme, questa bevanda può essere un ingrediente strategico anche per la ripresa dei luoghi del fuori casa. 

Il Covid cambia il business online, più app per salute mentale meno turismo

La pandemia ha cambiato i business digitali, e nell’era Covid volano le app del settore salute mentale mentre i consumatori digitali iniziano a girare le spalle al settore turismo. Stando all’ultima indagine realizzata dalla piattaforma danese di recensioni Trustpilot, e anticipata dall’Adnkronos, il settore Sanità mentale & Benessere registra infatti una crescita a 3 cifre, e le richieste di terapia virtuale sono cresciute del 309%, mentre il comparto Viaggi & Turismo è quello maggiormente penalizzato, con 900 milioni di turisti in meno nel 2020. 

Salute mentale, benessere o wellness menzionate 10.811 volte

A rilevare un vero boom è Ginger, app per recuperare la salute mentale, che nel settembre 2020 registra il picco nel tasso di utilizzo, con un incremento di uso del 159% rispetto alla media pre-Covid. Secondo Trustpilot, anche l’app Doctor On Demand ha visto un aumento massiccio di pazienti che necessitavano di tele-terapia, con oltre il 50% di crescita per tutto il mese di ottobre. Trustpilot ha analizzato anche le proprie recensioni, per verificare quanto spesso venissero menzionate parole come salute mentale, benessere o wellness. E se tra agosto e novembre 2020 sono state menzionate 2.780 volte, tra novembre 2020 e febbraio 2021 sono arrivate a 4.787. Un dato ancora più esplicito nel confronto anno su anno: le stesse parole tra febbraio 2019 e febbraio 2020 erano state menzionate 3219 volte, mentre tra febbraio 2020 e febbraio 2021 il valore è più che triplicato (10.811 volte).

Durante la pandemia -81,8% recensioni relative a prodotti di viaggio

Riguardo viaggi e turismo, invece, l’Organizzazione Mondiale del Turismo (Unwto) rileva che le destinazioni di viaggio più popolari hanno accolto 900 milioni di turisti internazionali in meno tra gennaio e ottobre 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019.
Nello stesso periodo di tempo, anche gli arrivi internazionali sono calati di oltre il 74%. Nel marzo del 2021, la piattaforma danese di recensioni ha esaminato l’attività dei consumatori relativamente al settore del turismo. E il numero medio di recensioni di viaggio raccolte durante la pandemia, è stato inferiore del 39,7% rispetto all’anno precedente. Allo stesso modo, il numero medio di recensioni relative a prodotti di viaggio rilasciate durante la pandemia è stato inferiore dell’81,8% rispetto al 2019.

Un aumento della domanda nei confronti delle agenzie di viaggio

“I dati raccolti da Trustpilot suggeriscono che il settore Salute & Benessere continuerà a crescere rapidamente nei prossimi mesi e che c’è speranza anche per il futuro del turismo”, commenta Claudio Ciccarelli, Country Manager di Trustpilot in Italia. 
Nella seconda estate segnata dal Covid, infatti, Ciccarelli segnala che “stiamo assistendo a un aumento della domanda nei confronti delle agenzie di viaggio a causa della confusione relativa alle regole e alle misure restrittive diverse di Paese in Paese -. Risulta, quindi, essenziale farsi trovare preparati e ricordare che, per puntare alla ripresa, bisogna assecondare i trend e le richieste dei consumatori, essendo pronti a rinnovarsi con loro”.

Pandemia e Gender Gap, l’impatto sui Paesi del G7

Gli stereotipi sul ruolo delle donne nella società sono ancora molto diffusi, e ciò rende sempre più reale il rischio di un ritiro delle donne dalla scena economica, anche a causa dell’impatto della pandemia. I modelli tradizionali infatti rimangono ancora molto attuali nei Paesi del G7, soprattutto quando si tratta del ruolo delle donne e del confronto tra maternità e carriera, e la situazione dopo il Covid è peggiorata. Un sondaggio Ipsos, condotto per WeWorld Onlus, ha indagato la condizione economica delle donne italiane in epoca di Covid-19, mostrando come una donna su 2 abbia visto peggiorare la propria situazione economica a causa del Coronavirus e una lavoratrice su 2 abbia paura di perdere il proprio posto di lavoro.

Stereotipi ancora troppo diffusi 

Se il 64% degli intervistati e il 70% delle donne crede che “sia più difficile per una donna che per un uomo avere una carriera di successo”, il 50% degli intervistati e il 49% delle donne crede che “se vuoi essere una buona madre devi accettare di sacrificare parte della tua carriera professionale”. Questi modelli sono così forti che molti degli intervistati mascherano l’esistenza di disuguaglianze di genere e i meccanismi attraverso i quali queste disuguaglianze si diffondono. Tanto che il 46% degli intervistati ritiene che “le persone esagerano le disuguaglianze di genere”, e il 43% crede che “le donne non scelgono le stesse carriere degli uomini per propria scelta e libera volontà.

La riduzione delle diseguaglianze di genere dovrebbe essere una priorità

Tutti gli intervistati però ritengono che le disuguaglianze di genere esistano almeno in qualche misura, e siano diffuse nei Paesi del G7. Inoltre, in Italia, Stati Uniti e Giappone le persone ritengono che il livello di disuguaglianza di genere sia più alto nel proprio Paese che nel resto del G7. Le disuguaglianze di genere sono una realtà, per questo i cittadini dei Paesi del G7 ritengono che la loro riduzione dovrebbe essere considerata una priorità. Il 90% crede che colmare il gender gap sia importante e per il 29% è addirittura una priorità assoluta (32% donne). Questa aspettativa è ancora più forte in Italia (95%), dove il 50% delle italiane pensa che dovrebbe essere una priorità assoluta.

Le pari opportunità e l’effetto positivo su società e lavoro

Il 97% degli intervistati ritiene che colmare il gender gap nel periodo post-Covid sarà un obiettivo ancora più difficile da raggiungere, e sono soprattutto gli italiani a essere preoccupati. Se le donne avessero le stesse opportunità degli uomini, per il 79% degli intervistati questo avrebbe un effetto positivo sulla società nel suo complesso, per il 74% sull’occupazione, per il 74% sulla crescita economica e per il 73% sui salari complessivi. La percentuale di uomini che pensano che l’integrazione delle donne avrebbe impatti positivi però è leggermente diminuita rispetto all’anno scorso. È possibile che alcuni di loro, in questo periodo instabile e incerto, possano sentirsi minacciati, e quindi meno propensi a sostenere la promozione delle donne.