I consumatori amano le etichette “senza”

In questi ultimi tempi, i consumatori preferiscono il “senza” piuttosto che il”con”. E addirittura quella mancanza sull’etichetta dei generi alimentari, il famoso senza appunto, diventa un elemento deduttivo e vincente rispetto ai prodotti  convenzionali. In questo scenario, l’appeal dell’etichetta ‘senza’ può spingere i cittadini a puntare su alimenti nei quali l’ingrediente ‘mancante’ è incongruente o addirittura salutare.

Come riporta Adnkronos, sono questi i risultati di uno studio sperimentale dell’EngageMinds Hub, Centro di ricerca in psicologia dei consumi dell’Università Cattolica di Cremona, condotto nelle scorse settimane con il contributo non condizionante dell’Unione italiana olio di palma sostenibile, sui consumi ‘free from’, con un particolare focus sull’olio di palma. 

Un plus di qualità percepito

Lo studio ha previsto anche degli esempi pratici. Ad esempio, posti di fronte al packaging di un cracker salato e di una merendina dolce, entrambi immaginari e creati per l’esperimento, il 38% dei consumatori coinvolti ha indicato come di particolare qualità la versione convenzionale. Ma quando al campione di cittadini sono stati sottoposti gli stessi prodotti con etichette ‘senza’, le cose sono cambiate. Il 45% considera di particolare qualità il prodotto ‘senza olio di girasole’; una quota che sale al 51% se ‘senza olio di palma’. Ma attenzione: il 48% dei consumatori ritiene di qualità il (fittizio) prodotto ‘senza CO2’ e il 48% attribuisce qualità al ‘senza grassi polinsaturi’ (nonostante essi siano benefici per la salute).

“Sono molti gli elementi che ci impongono una riflessione su questi risultati – spiega la professoressa Guendalina Graffigna, ordinario di psicologia dei consumi e direttore dell’EngageMinds Hub. Innanzitutto, “emerge che a tutti i prodotti ‘senza’ il consumatore attribuisce un plus di qualità percepita rispetto al prodotto connotato come convenzionale. In secondo luogo, è da rilevare come il claim ‘senza olio di palma’ venga apprezzato più degli altri e questo, probabilmente, è conseguenza della maggior stigmatizzazione mediatica che questo ingrediente ha subito negli ultimi anni”. Addirittura, specifica l’esperto, “è da rimarcare come molti cittadini vedano una maggior qualità in un prodotto senza CO2, un ingrediente inventato a solo fine sperimentale, e addirittura in alimenti senza quei grassi polinsaturi che, al contrario, da anni sia la letteratura scientifica che la divulgazione mediatica indicano come fattori promotori della salute. E questo, anche al netto di carenze di literacy in campo alimentare, la dice lunga sull’impatto emotivo e psicologico del fattore ‘senza’ al di là della considerazione razionale dell’ingrediente in questione”.

Psicologia dei consumi

Gli stessi atteggiamenti vengono rilevati anche considerando gli aspetti legati alla sostenibilità ambientale degli alimenti. Più della metà degli italiani (52%) ritiene i prodotti ‘senza olio di palma’ più sostenibili dei convenzionali. Mentre una frazione minore ma sempre molto elevata (47%) vede più sostenibili i prodotti ‘senza olio di girasole’. Elevata anche la quota di consumatori che indica come più rispettosi dell’ambiente i cibi ‘senza CO2’, probabilmente per una connessione inesistente sul piano fattuale ma pregnante dal punto di vista psicologico, trattandosi di un immaginario ingrediente alimentare, tra anidride carbonica e sostenibilità ambientale. Infine, il 44% propone i prodotti ‘senza grassi polinsaturi’ quali più rispettosi dell’ambiente.

“E’ importante sottolineare che questi risultati sono frutto di un esperimento di psicologia dei consumi”, sottolinea la professoressa Guendalina Graffigna. L’etichetta ‘senza’ “determina una forte distorsione cognitiva nella valutazione dei prodotti alimentari. Tanto che induce i consumatori a pensare che quel prodotto sia anche di maggiore qualità, più salutare e più rispettoso dell’ambiente indipendentemente dal tipo di ingrediente eliminato poiché ciò che guida la valutazione è l’etichetta ‘senza’ e non l’ingrediente escluso. Come EngageMinds Hub – conclude Graffigna – ci occupiamo da anni di queste tematiche, un lavoro che stiamo sviluppando grazie al laboratorio di psicologia dei consumi nel nuovo campus dell’Università Cattolica di Cremona”.

Con la pandemia le persone sono diventate più sole?

I dati relativi alle condizioni psicologiche durante gli ultimi due anni all’insegna della pandemia attestano come le persone siano alle prese con un sostanziale incremento della solitudine. I dati, pubblicati su American Psychologist, sono stati rilevati intervistando oltre 200 mila persone di età differenti, provenienti da ogni angolo del globo. Alcuni soggetti hanno modificato i parametri in misura sensibile, poiché la loro sensazione di solitudine è molto evidente. In tali casi, il vuoto è cresciuto in maniera esponenziale, con un calo sostanziale della felicità. Altri, invece, non hanno segnalato alcun cambiamento nella loro quotidianità.

Cosa fare per evitare che la situazione peggiori?

Nonostante le risposte variegate provenienti da diversi gruppi di persone, i ricercatori hanno riscontrato la presenza di un aumento della solitudine. I dati raccolti sono però ancora insufficienti per accertare la correlazione tra l’aumento della solitudine e le restrizioni dovute alla pandemia.
Alcune ricerche effettuate già prima della pandemia avevano riscontrato come la capacità umana nelle relazioni sociali sia stata ampiamente compromessa da fattori che non hanno nulla a che fare con ciò che è accaduto negli ultimi due anni. Ma cosa si può fare per evitare che la situazione possa peggiorare? È sufficiente seguire alcune raccomandazioni fatte dagli esperti del portale psicologionline.net per migliorare la connessione tra le persone e sentirsi meno soli.

Assumere una cultura all’insegna dell’interconnessione

“Ognuno di noi ha la possibilità di costruire comunità più sensibili ed empatiche in maniera reciproca – spiegano gli esperti del portale -. Per riuscirci, bisogna assumere una cultura all’insegna dell’interconnessione, in grado di creare momenti significativi e tutti da ricordare. Ritornare ad avere la capacità di acquisire rapporti nella vita quotidiana che siano attenti a ogni esigenza personale – aggiungono gli esperti -. Anche nelle scuole chi vuole può ottenere notevoli risultati, cercando di far stringere rapporti più sereni e consapevoli tra i singoli studenti. Ogni insegnante dovrebbe rendere i rapporti tra i ragazzi come una vera priorità – sottolineano gli esperti -. Un discorso analogo è valido per quanto concerne i singoli cittadini. In questo caso, si può pensare ad appositi spazi condivisi, nei quali le persone possono ritrovarsi e coinvolgere la comunità”.

Porsi più dolcemente verso il prossimo può fare la differenza

“Parlando del posto di lavoro, i datori e i dirigenti dovrebbero iniziare a pensare in maniera intensiva al benessere psicologico dei loro dipendenti – continuano gli esperti -. Ad esempio, possono premiare i dipendenti capaci di soccorrere i colleghi in difficoltà, o comunque importanti per il rafforzamento di un team aziendale. I manager possono favorire le giuste condizioni per dar vita a un posto di lavoro dalla maggiore connessione fisica, semplificando i rapporti tra dipendenti e collaboratori”.
Insomma, sta a noi compiere alcuni piccoli passi, giorno dopo giorno, nella direzione giusta. Porsi più dolcemente verso il prossimo può fare la differenza. In questo modo, riusciremo a invertire questo trend negativo.

Scuola, alle superiori fioccano le insufficienze 

Al termine del primo quadrimestre sono quasi 2 studenti delle superiori su 5 a non aver raggiunto il 6 in almeno una materia, e complessivamente 1 su 7 ha collezionato almeno tre insufficienze. Insomma, sugli studenti delle superiori piovono brutti voti. A segnalarlo è una ricerca condotta da Skuola.net – Ripetizioni.it su un campione di 2.600 studenti di licei, istituti tecnici e professionali. A ulteriore conferma del cambio di passo registrato negli ultimi mesi un’altra circostanza viene evidenziata dalle ragazze e dai ragazzi risultati insufficienti al primo giro di boa dell’anno scolastico. Per il 45% i problemi si sono manifestati proprio da settembre a oggi, e per il 27% si tratta di difficoltà che affondano le radici già prima della pandemia. Il 29% poi afferma che le lacune presenti sono l’eredità del biennio passato alle prese con la didattica a distanza.

Per il recupero ci si affida alle lezioni private

La maggior parte delle scuole ha comunque offerto corsi di recupero per chi ne aveva bisogno, e solo 1 studente su 4 ne ‘denuncia’ l’assenza. Tuttavia, la metà degli studenti ha preferito declinare l’invito per rivolgersi al supporto personalizzato sotto forma di ripetizioni. Tra chi ha avuto la brutta sorpresa in pagella, il 39% si è infatti affidato a un docente privato. C’è chi lo ha fatto anche prima della ‘sentenza’ (26%) e chi ha iniziato subito dopo o lo farà a breve (6%), e chi si è fatto affiancare ma ha smesso dopo aver raddrizzato la situazione (7%). A questi vanno aggiunti quelli (27%) che hanno preferito farsi aiutare gratuitamente da parenti o conoscenti.

Le ripetizioni pesano sul bilancio delle famiglie

Anche tra chi ha superato indenne il primo quadrimestre sono però in tanti quelli che hanno voluto arrivare con maggiori sicurezze alla seconda parte dell’anno, 1 su 6. Il motivo? Principalmente per consolidare i propri voti, puntando ancora più in alto. Stando a quanto raccontano i ragazzi, quest’anno la stima di spesa per le ripetizioni si aggira mediamente sui 400 euro a famiglia. I budget investiti sono però molto diversificati: per il 16% la spesa annua stimata è inferiore a 100 euro, per il 50% è una somma compresa tra 100 e 400 euro, e il 34% si proietta a cifre che superano i 2000 euro.

Le materie più richieste 

Ciò che invece non si è modificato rispetto allo scorso biennio è l’elenco delle materie su cui gli studenti vanno più in difficoltà. Al primo posto regna incontrastata la matematica, spina nel fianco per i due terzi (65%) dei ragazzi che recentemente si sono rivolti alle ripetizioni.
Seguono le altre materie scientifiche, messe nella lista dal 34% degli intervistati, e al terzo posto le lingue antiche (latino e greco), per le quali ha chiesto supporto il 28% degli alunni. Ai piedi del podio le lingue straniere, rinfrescate dal 22% sul totale di chi usufruisce delle ripetizioni.

Per 6 pubblici esercizi su 10 la ripartenza sarà nel 2023

Per il 73% degli esercenti, a causa delle lunghe limitazioni imposte per arginare la pandemia da Covid-19, e la conseguente contrazione dei consumi, il calo del volume di affari è stato verticale. Per loro il ritorno ai fatturati pre-Covid non arriverà prima del 2023. Nel 2021 gli italiani hanno speso oltre 24 miliardi di euro in meno nei servizi di ristorazione rispetto al 2019 (-27,9%). Insomma, il 2021 non è stato l’anno della ripartenza per tutti: solo per il 16% dei pubblici esercizi, per i quali i fatturati però non sono mai cresciuti più del 10%. L’ufficio studi di Fipe-Confcommercio, la Federazione italiana dei Pubblici esercizi, ha illustrato lo stato di salute del comparto nel tradizionale rapporto annuale realizzato in collaborazione con Bain&Company e Tradelab.

Cessano le attività, ma non nascono nuove imprese

“La naturale conseguenza di questa dinamica, e del relativo clima di sfiducia che si è sviluppato attorno al settore, è stata la scomparsa di 194mila posti di lavoro rispetto al periodo pre-Covid”, segnala Fipe. Insomma, le restrizioni imposte per il contenimento della pandemia stanno ancora facendo sentire i loro effetti. Per il secondo anno consecutivo si conferma poi la forte frenata della nascita di nuove imprese (‘solo’ 8.942 nel 2021), a fronte di un’impennata delle cessazioni di attività (23mila). E tra il 2020 e il 2021 le imprese che hanno chiuso i battenti sono oltre 45mila, riferisce Adnkronos.

Per l’86% delle imprese fatturato 2021 ancora sotto i livelli pre-Covid

Se per l’86% delle imprese il fatturato nel 2021 è ancora al di sotto dei livelli del 2019, dopo l’emergenza Covid l’impennata dei costi di materie prime ed energia sta paralizzando il settore.
L’87% degli imprenditori ha registrato infatti un aumento della bolletta energetica fino al 50% e del 25% per i prodotti alimentari. Rimangono tuttavia contenuti gli aumenti dei prezzi ai consumatori: a febbraio 2022 lo scontrino medio è salito solo del 3,3% rispetto a un valore generale dei prezzi aumentato del 5,7%. Il 56,3% di bar e ristoranti non prevede di rivedere a breve il rialzo dei propri listini prezzi.

L’impennata dei costi incide sulle previsioni di crescita

“La fotografia scattata attraverso il nostro rapporto – sottolinea il presidente Lino Enrico Stoppani, Presidente Fipe-Confcommercio, – si arricchisce di ulteriori elementi di stringente attualità. Il deflagrare del conflitto bellico in Ucraina sta infatti avendo e continuerà ad avere un impatto fortissimo sulle nostre attività, sia per gli effetti sulla dinamica dei prezzi delle materie prime energetiche e sull’approvvigionamento di specifiche materie prime alimentari, sia per le giuste e necessarie sanzioni elevate dalla comunità internazionale a carico della Russia”. 
L’impennata dei costi di gestione incide quindi sulle previsioni di crescita, con il 62% delle imprese che ritiene verosimile un ritorno ai livelli pre-crisi solo nel 2023. Incertezza che si acuisce a causa della minore propensione degli italiani a spendere in bar e ristoranti dovuta, secondo il 43% degli imprenditori, principalmente agli effetti del carovita.

PNRR, per i manager è un’occasione unica per rilanciare il Paese

Per l’83% dei manager italiani il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è un’occasione unica per modernizzare e rilanciare il Paese dopo gli anni di crisi sanitaria. Dai dati della survey condotta da EY e Swg sul sentiment e la fiducia sull’impatto del Recovery Plan, emerge una certa fiducia nei confronti dell’azione svolta dal Governo (70%), ma per quasi il 40% l’importanza attribuita al PNRR rischia di mettere in secondo piano altre priorità per il futuro del Paese. Anche la riforma fiscale riveste un ruolo strategico: popolazione e manager sono infatti allineati nel ritenere il sistema di oggi poco efficace, equo ed efficiente. Secondo l’85% dei manager e l’83% della popolazione, la complessità del sistema fiscale italiano è un ostacolo alla competitività internazionale delle imprese, e secondo l’86% dei manager, la sua complessità ostacola l’ingresso di investimenti esteri.

Riforme

Un’ampia quota della popolazione e 1/3 dei manager intervistati affermano però di non conoscere o comprendere i vari aspetti del Piano in maniera adeguata. In relazione al raggiungimento degli scopi previsti, oltre un terzo degli intervistati (34% popolazione e 36% manager) indica che gli obiettivi a oggi conseguiti con il PNRR sono inferiori rispetto a quanto concordato in sede europea, suggerendo un certo scetticismo generale sullo stato della sua attuazione. Quanto alle riforme percepite più importanti tra quelle previste dal Piano, vi sono la realizzazione delle infrastrutture tecnologiche (50%), le riforme della PA (48%) e della giustizia amministrativa (oltre il 30%), e quelle del fisco e della giustizia civile (32%).

Sistema fiscale

Le aspettative legate a una riforma del sistema più equo ed efficiente vanno innanzitutto nella direzione di una maggiore stabilità della normativa. Sono soprattutto i manager a chiedere maggiore stabilità (85%), limitando il ricorso a decretazioni d’urgenza evitandone la retroattività (69%), ma anche coinvolgendo le parti sociali nelle discussioni (58%), e mettendo a disposizione personale più competente (54%). Solo poco più del 30% dei manager ritiene però che il processo di riforma in atto sia vicino alle esigenze delle imprese, e ancora meno (28%) reputa che favorisca la competitività delle imprese italiane.

Incentivi fiscali

Sul fronte degli incentivi fiscali implementati negli ultimi anni, si registra un riconoscimento unanime del loro impatto positivo. Circa l’80% degli intervistati tra manager e popolazione riconosce che questo sistema ha portato vantaggi alle città, alle imprese e ai consumatori. Tuttavia, è altrettanto forte l’importanza di meccanismi di controllo mirati per evitare abusi e non ostacolare i sistemi economici da premiare. Questo appare evidente soprattutto dalle valutazioni relative all’ecobonus, dove se da un lato è ampio l’accordo sui benefici che ha prodotto (oltre 70%) dall’altro è evidente la percezione che abbia creato una serie di distorsioni del mercato (83% manager), e di problemi di gestione. Anche a causa di linee guida emesse in ritardo, e a tratti poco coerenti (80%).

FederlegnoArredo, ecco le 11 figure professionali che servono per la transizione digitale 

“Dirigente nei servizi di vendita e commercializzazione, responsabile della produzione industriale, responsabile acquisti, responsabile manutenzione macchine; designer; ebanista/falegname; modellatore di macchine utensili; tappezziere; responsabile macchine per la lavorazione del legno; addetto al montaggio dei mobili; operai e maestranza. Ecco le 11 figure che, all’interno della filiera del legno-arredo, saranno maggiormente chiamate a interpretare, grazie a nuove competenze e attitudini, la transizione ecologica e digitale che le imprese dovranno mettere in atto.

Trasformazione digitale per le imprese del comparto

A dirlo è la fotografia scattata dal progetto ‘SAWYER – Impatto della duplice transizione sull’industria del legno-arredo’- cofinanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del Programma sul Dialogo Sociale, coordinato dal Cluster dell’arredo della Regione Catalogna CENFIM a cui FederlegnoArredo ha partecipato insieme ad altre federazioni europee, con l’obiettivo di avere uno strumento pratico ed efficace per accompagnare le aziende associate in una trasformazione digitale e circolare che potrà camminare soltanto sulle gambe e sulle idee di figure specificatamente formate.

“E’ tempo di passare da quella che fino ad oggi abbiamo chiamato alternanza scuola-lavoro a una vera e propria alleanza scuola-lavoro. E questo progetto – spiega Barbara Minetto, vicepresidente Assaredo con delega alla formazione – va letto in tal senso: far sì che teoria e pratica, formazione e impresa siano entrambe e parimenti interpreti del cambiamento. Per altro, la notizia secondo cui nell’ambito del PNRR è previsto anche un rafforzamento degli istituti tecnici superiori orientandoli sempre più verso il mercato del lavoro, va esattamente in questa direzione, come lascia intendere anche l’idea di affidare la loro guida a figure imprenditoriali e indire bandi per la modernizzazione digitale e tecnologica dei loro laboratori. Come filiera – prosegue Minetto – possiamo già vantare esempi virtuosi in tal senso, a partire dalla Fondazione ITS Rosario Messina di Lentate sul Seveso, all’Its del legno-arredo di Pesaro, arrivando all’Innovation Platform del Friuli Venezia Giulia, recentemente inaugurato. Ma dobbiamo fare ancor di più e assumerci la responsabilità di diventare protagonisti dell’evolversi del rapporto imprese-scuola. Ne va certamente anche del futuro delle nostre aziende”.

Professionalità che devono evolversi

“Nel progetto si esplicita in maniera dettagliata come 11 professionalità del nostro settore siano chiamate a evolversi – commenta Angelo Luigi Marchetti, presidente Assolegno e delegato alla Formazione in FederlegnoArredo – ed è evidente quanto le competenze ambientali e digitali saranno alla base della forza lavoro di un domani che già batte alle porte. Come Federazione – ribadisce Marchetti stiamo cercando di anticipare i nuovi bisogni delle imprese, così da stimolare anche la filiera formativa a sviluppare percorsi adeguati alle sfide in atto e progetti come questo, servono proprio a focalizzare obiettivi e strumenti necessari per il loro raggiungimento. Se dobbiamo costruire edifici sostenibili con il legno strutturale, anche operai e maestranze dovranno aver sviluppato le conoscenze per lavorare un materiale finora poco utilizzato in edilizia. È solo uno dei tanti esempi che potremmo fare, ma non adeguarci significherebbe impedire ai nostri giovani e alle nostre aziende di essere competitivi in Europa e non solo”.

Istat, a febbraio cala l’indice di fiducia di consumatori e imprese

Come tutti i mesi, l’Istat monitora il clima di fiducia da parte dei consumatori e delle aziende, per capire quale sia il sentiment della nazione. E per quanto riguarda febbraio la situazione è tra luci e ombre, con un aumento del pessimismo da parte di entrambe le componenti. A febbraio 2022, infatti, l’Istituto di Statistica stima una diminuzione dell’indice del clima di fiducia dei consumatori da 114,2 a 112,4, mentre l’indice composito del clima di fiducia delle imprese sale da 105,3 a 108,2. Tutte le componenti dell’indice di fiducia dei consumatori sono in calo ad eccezione del clima futuro. Più in dettaglio, il clima economico scende da 129,7 a 129,4, il clima personale e quello corrente registrano una flessione più accentuata passando, rispettivamente, da 109,0 a 106,8 e da 114,7 a 109,6. Infine, il clima futuro aumenta (da 113,5 a 116,6).

Il sentiment delle aziende italiane

Con riferimento alle imprese, segnali eterogenei provengono dai quattro comparti indagati. In particolare, l’indice di fiducia diminuisce nel comparto manifatturiero (da 113,7 a 113,4) e in quello del commercio al dettaglio (da 106,6 a 104,9) mentre aumenta nelle costruzioni (da 158,8 a 159,7) e, in misura marcata, nei servizi di mercato (da 94,9 a 100,5).

Le componenti degli indici

Quanto alle componenti degli indici di fiducia, nella manifattura peggiorano sia i giudizi sugli ordini sia le attese sulla produzione in presenza di un decumulo delle scorte; nel commercio al dettaglio i giudizi sulle vendite si deteriorano, le scorte sono giudicate in accumulo mentre le attese sulle vendite sono in aumento. Per quanto attiene il comparto delle costruzioni e quello dei servizi, tutte le componenti sono in miglioramento. In relazione all’andamento della fiducia nei macrosettori produttivi esaminati per ciascun comparto, nel manifatturiero si segnala una diminuzione nei beni strumentali a fronte di un aumento dell’indice nei beni intermedi e una stabilità nei beni di consumo. Per le costruzioni si evidenzia un incremento nel settore della costruzione di edifici e, in particolare, in quello dei lavori di costruzione specializzati. Con riferimento ai servizi, l’indice di fiducia aumenta in tutti i macrosettori con una risalita più decisa nel trasporto e magazzinaggio e nell’informazione e comunicazione. Relativamente ai circuiti distributivi del commercio al dettaglio, l’indice di fiducia registra una caduta nella distribuzione tradizionale e un aumento nella grande distribuzione.

Gli italiani lasciano “il nido” a 26 anni

A quale età i ragazzi lasciano la casa dei genitori? L’età media a cui i ragazzi italiani lasciano il nido famigliare per andare a vivere in autonomia è alta, soprattutto se confrontata con la maggior parte dei paesi del Nord Europa, dove la media è inferiore ai 22 anni. I giovani italiani restano in casa coi genitori fino a 26 anni, ma spesso è una scelta obbligata, perché a costringerli a continuare a vivere con i genitori è l’impossibilità di pagare un mutuo o un affitto prima di raggiungere i 26 anni. È questa una delle evidenze emerse dall’indagine realizzata dagli istituti mUp Research e Norstat per Facile.it, realizzata su un campione rappresentativo della popolazione italiana adulta.

Si sceglie di abbandonare la casa dei genitori per andare a convivere 

Considerando l’uscita di casa da parte dei giovani italiani, l’analisi mostra una differenza tra uomini e donne. I primi, mediamente, lasciano la casa di origine appena prima di compiere 28 anni, le seconde, invece, poco dopo aver tagliato il traguardo del 25esimo compleanno.
Tra coloro che hanno lasciato la casa di origine, più di 6 su 10, pari a oltre 19 milioni di persone, lo hanno fatto per andare a convivere con il proprio partner, percentuale che arriva al 69,7% se si considera il solo campione femminile. Più di 1 intervistato su 10, equivalente a oltre 3 milioni e mezzo di individui, ha lasciato il nucleo per lavorare fuori sede, mentre il 7,7% per studiare in una città differente da quella in cui viveva.

Dove abita chi è uscito di casa?

Dove vivono oggi coloro che sono usciti di casa? Quasi la metà (48,7%), vale a dire più di 16 milioni di italiani, abita in una casa in affitto, percentuale che sale fino a raggiungere il 52,5% tra gli intervistati appartenenti alla fascia 25-34 anni. Sono 8 milioni (25,2%), invece, quelli che vivono in una casa di loro proprietà, ma ‘solo’ 3.300.000 (21,4%) sono donne.
Ma tra chi non ha ancora abbandonato il nido famigliare, quasi 1 su 4 (vale a dire circa 2 milioni e mezzo di individui) è costretto a questa scelta perché nonostante lavori non può permettersi di andare a vivere da solo.

Quando non ci si può permettere di andare a vivere da soli

A vivere questa condizione sono soprattutto le donne: se si prende in esame solo questo sottogruppo la percentuale arriva al 26,1%, ma anche chi ha un’età compresa fra i 25 ed i 34 anni (28,4%). Sono invece decisamente tanti i 30-44enni che abitano ancora con i genitori, pari a 2,7 milioni di intervistati.
Ma c’è anche chi preferisce rimanere con mamma e papà nonostante abbia la possibilità economica di uscire da casa (19,4%): più di 2 milioni.
Tanti, 450mila (4,2%), anche coloro che sono tornati a vivere con i genitori dopo una separazione/divorzio. Tendenza diffusa soprattutto tra il campione maschile (6,6%), poiché nella maggior parte dei casi l’abitazione rimane alla donna.

Bonus mobilità sostenibile, si può ottenere anche nel 2022: ecco come fare  

Nelle vie delle nostre città è sempre più frequente veder circolare monopattini elettrici ed ebike: mezzi di trasporto comodi, che non risentono del traffico dei normali veicoli e allo stesso tempo rispettano il Pianeta perchè non hanno emissioni. Al di là dell’aspetto ecologico, il successo di questa forma di mobilità è dovuta anche al bonus mobilità sostenibile, l’incentivo fiscale introdotto dal Governo nel 2020  che ha permesso di “tagliare” la spesa per chi ha acquistato un veicolo di questa tipologia. La buona notizia è che questo vantaggio torna anche nel 2022, con alcune novità. Ci sono infatti nuove regole per chi ha sostenuto spese per l’acquisto di mezzi e servizi di mobilità a zero emissioni e ha rottamato un vecchio veicolo di categoria M1. Le ultime regole in merito alla richiesta dell’incentivo sono contenute nel provvedimento recentemente firmato dal Direttore dell’Agenzia delle Entrate che definisce i criteri e le modalità di fruizione dell’agevolazione prevista dal Decreto Rilancio (art. 44 comma 1-septies del DL n. 34/2020) e approva il modello di comunicazione che i contribuenti dovranno trasmettere alle Entrate a partire dal 13 aprile e fino al 13 maggio 2022. Il credito, utilizzabile esclusivamente nella dichiarazione dei redditi, è fruibile non oltre il periodo d’imposta 2022.

A chi è rivolto il bonus e cosa prevede

Il bonus, specifica, una nota di Adnkronos, è un credito d’imposta, nella misura massima di 750 euro, riconosciuto alle persone fisiche che, dal 1° agosto 2020 al 31 dicembre 2020, hanno sostenuto spese per l’acquisto di biciclette, monopattini elettrici, ebike, abbonamenti al trasporto pubblico, servizi di mobilità elettrica in condivisione (sharing) o sostenibile. Per accedere all’agevolazione, nel limite complessivo di spesa di 5 milioni di euro, è necessario aver consegnato per la rottamazione, nello stesso periodo, contestualmente all’acquisto di un veicolo, anche usato, con emissioni di CO2 comprese tra 0 e 110 g/km, un secondo veicolo di categoria M1 rientrante tra quelli previsti dalla normativa in materia (art. 1, comma 1032 della legge n. 145/2018).

Come si può ottenere il bonus?  

Per fruire del bonus mobilità occorrerà comunicare alle Entrate, dal 13 aprile al 13 maggio 2022, l’ammontare delle spese sostenute e il credito d’imposta richiesto inviando il modello approvato con il Provvedimento di oggi utilizzando il servizio web disponibile nell’area riservata del sito o i canali telematici dell’Agenzia. Il credito d’imposta è utilizzabile esclusivamente nella dichiarazione dei redditi in diminuzione delle imposte dovute e può essere fruito non oltre il periodo d’imposta 2022. Entro 10 giorni dalla scadenza del termine di presentazione dell’istanza sarà resa nota la percentuale di credito d’imposta spettante a ciascun soggetto richiedente, sulla base delle richieste ricevute e tenuto conto del limite di spesa di 5 milioni.

Che caratteristiche deve avere l’acqua che beviamo?

L’acqua si sa, è un elemento indispensabile per la vita. Il nostro corpo infatti, è costituito al 70% da acqua: ciò significa che buona parte di ciò che siamo è dovuto proprio a questo elemento.

È facile dunque comprendere il perché sia così importante avere dell’acqua sempre a disposizione e berla ogni qualvolta ne sentiamo la necessità. Gli esperti raccomandano in particolar modo di berne almeno due litri al giorno. Questa è infatti la quantità consigliata per stare bene e garantire al nostro organismo tutti i sali minerali e gli elementi di cui ha bisogno.

La assumiamo sia bevendo acqua ed altri liquidi, che direttamente dal cibo. Vi sono infatti determinati alimenti che sono particolarmente ricchi d’acqua come ad esempio frutta e verdura, così come determinate pietanze come zuppe e minestroni.

Quello che è importante sapere è che l’acqua non è tutta uguale, ma che al contrario vi sono diversi tipi di acqua minerale e dunque cambia anche ciò che essa contiene. Il riferimento è dunque ai minerali e a tutte le altre sostanze disciolte in essa, le quali possono essere benefiche o al contrario nocive per il nostro organismo.

L’importanza di accertarsi sulla qualità dell’acqua

Chiaramente non è un problema andare a bere qualche bicchiere di un’acqua non perfettamente salubre o che comunque presenta degli elementi inutili o nocivi. Il problema si pone invece quando un’acqua malsana, o comunque non idonea al consumo alimentare, viene bevuta in maniera continuata nel tempo.

Ecco perché facciamo sempre bene ad accertarci di quella che sia la qualità dell’acqua cui abbiamo accesso, in particolar modo quella del rubinetto di casa se abbiamo deciso di berla.

Infatti, l’acqua minerale che compriamo in bottiglia al supermercato ha delle precise caratteristiche che possiamo leggere in qualsiasi momento sull’etichetta.

Il problema si pone invece per quella del rubinetto di casa, della quale sappiamo poco o nulla. Certo, di solito ci si può fidare dato che l’acqua che arriva al rubinetto di casa è gestita dall’acquedotto comunale.

Questa acqua viene convogliata all’interno di enormi vasche e analizzata costantemente. Se è necessario, essa viene trattata con cloro o altre sostanze al fine di eliminare eventuali batteri o impurità. Nulla può invece l’acquedotto comunale con il problema relativo alle condizioni delle tubature relativamente all’ultimo tratto, ovvero quello che arriva a casa dell’utente.

Spesso infatti, l’ultimo tratto di tubature è ossidato soprattutto negli impianti più vecchi. Tale stato di deterioramento fa sì che l’acqua assuma uno sgradevole sapore ferroso e che delle volte siano visibili degli elementi in sospensione.

Per rendersene conto basta a riempire un bicchiere d’acqua di rubinetto e verificare se sono visibili piccole particelle che galleggiano o che si trovano appunto in sospensione.

In questo caso l’acquedotto non è responsabile, in quanto quell’ultimo tratto di tubature non è sotto il controllo della società che gestisce le acque pubbliche ma è di competenza del condominio. Quindi eventualmente dovrà essere il condominio stesso a far sistemare il tratto di tubature in questione.

La soluzione rapida ed efficace

Cosa è possibile fare fino a quel momento per far sì che l’acqua possa comunque essere perfettamente potabile e avere un buon sapore? In questo caso, la soluzione migliore è quella di far installare un depuratore domestico.

Ne esistono veramente di tutti i tipi, ed è sufficiente verificare quelli che al momento sono i prezzi dei migliori depuratore acqua domestici per scegliere quello che maggiormente fa al caso proprio. Installato il depuratore giusto, l’acqua tornerà immediatamente ad avere un sapore gradevole e non presenterà più alcun tipo di elemento in sospensione o altra sostanza nociva.

Determinati modelli sono infine in grado di offrire un acqua calda o fredda piacimento, così come una buonissima acqua gasata con un semplice gesto della mano.