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Edilizia del futuro, come cambierà e quali saranno le competenze richieste

Come cambia l’intero comparto dell’edilizia, alla luce dei nuovi trend e dei nuovi investimenti messi in cantiere – è proprio il caso di dirlo – dal Governo per rilanciare il settore? In estrema sintesi, come concordano tutti gli analisti, sono prefabbricazione, circolarità e riduzione dei consumi le parole d’ordine dell’edilizia del futuro. Tutti obiettivi raggiungibili grazie a una svolta digitale nei processi professionali e a una forte spinta all’innovazione. Per far questo bisogna acquisire nuove competenze, grazie a corsi di specializzazione mirati.

Crescita del volume di produzione edifici entro il 2030

Entro il 2030 è prevista una rilevante crescita del volume di produzione di edifici. Anche grazie alle misure messe in atto dal Governo che stanno spingendo verso una ripresa che sta già impattando sul versante occupazionale. Basti pensare a tutte le figure professionali e alle imprese ora letteralmente sommerse di richieste per il superbonus. Il settore delle costruzioni si trova davanti a una sfida: come soddisfare una domanda in crescita con la necessità di accogliere le nuove esigenze di una società in evoluzione. L’obiettivo è ridurre l’impatto ambientale del costruito, andando progressivamente in un’ottica di green building. E molto probabilmente saranno la tecnologia e le innovazioni che sono state sviluppate negli ultimi anni a trasformare il settore in chiave smart e sostenibile.
L’edilizia è uno dei settori più energivori al mondo

Per il fatto che l’edilizia rappresenta uno dei comparti più energivori,  non sorprende che ai professionisti venga richiesta una particolare attenzione all’impatto ambientale riducendo l’approccio consumistico (di materie, spazi, energia) verso un nuovo modello basato sull’abbattimento degli sprechi e sul no-waste. Quantificare i risparmi energetici e di materiali sta diventando un imperativo: in questo processo i nuovi strumenti digitali sono un alleato indispensabile per muoversi in questa direzione. “Per un futuro che è già presente la prospettiva è che Big Data, Artificial Intelligence e Machine Learning saranno alla base di strumenti in grado di indicare le scelte più performanti per ottenere un risultato realizzativo ottimale in termini di costi, materiali, consumi energici, idrici ed inquinanti”, dice Marina Perego Direttore della Fondazione Green. “E’ per questo motivo che che con la Fondazione Green abbiamo fortemente voluto proporre un corso gratuito IFTS dedicato alla Bioedilizia e alle tecnologie Digital Green”. Anche nell’edilizia è diventato fondamentale avere le skills “giuste”: non per niente è al 30% la difficoltà di reperimento dei profili ricercati (contro il 26% del 2019) soprattutto a causa di una preparazione inadeguata. In particolare, servono competenze  in ambito digitale, richieste al 60,4% dei profili ricercati nel 2020, in ambito “green” con una domanda che si attesta all’82% e anche in entrambi.  Insomma, la competenza trasversale  è un fattore strategico di competitività.

Audience e informazione di prima serata nell’anno del Covid

L’informazione ha profondamente risentito degli effetti della pandemia, tanto da poter parlare di un’anomalia dell’andamento dei dati. L’incremento dell’audience media dell’informazione di prima serata rispetto al 2019 contrasta infatti quell’emorragia di ascolti che negli ultimi anni ha sensibilmente ridotto il pubblico del prime time, come quello complessivo della Tv generalista. Che sia proprio la pandemia da Covid-19 all’origine di questa inversione di tendenza è dimostrato dal fatto che ancora nel mese di gennaio 2020 si registrava un calo di circa 400mila teleutenti rispetto all’anno precedente. La conferma arriva dall’Osservatorio Tg Eurispes-CoRiS Sapienza, che propone un’analisi sul pubblico delle edizioni di prime time dei Tg delle 7 Reti generaliste.

Nei mesi primaverili oltre 7,5 milioni di utenza media

L’aumento maggiore di ascolti si è registrato nei mesi di marzo e aprile, con una crescita del 48% e del 52% rispetto al medesimo periodo del 2019. Una tendenza che si è riproposta anche durante la seconda ondata (ottobre-dicembre), con crescite in termini di pubblico tra il 18% e il 32% rispetto al 2019. Lo stesso è avvenuto, in misura assai minore, nei mesi estivi, con una audience media sempre superiore rispetto al 2019. In numeri assoluti, l’utenza media dei Tg del prime time è cresciuta nei mesi primaverili di oltre 7,5 milioni di spettatori (7,62 in marzo e 7,51 in aprile), raggiungendo un pubblico di più di 23 milioni di teleutenti.

In autunno risultati fortemente ridimensionati rispetto ai picchi della Fase 1

Nei mesi di marzo e aprile le edizioni serali di Tg1, Tg2 e Tg3 sono cresciute, mediamente, del 50,3%. Ancora maggiore il risultato per l’informazione di prime time Mediaset, che guadagna un 52% di audience, mentre la crescita di ascolti dell’intera rete La7 è stata pari a un +46,2% rispetto all’anno precedente. La prima fase della pandemia ha generato un impatto maggiore sul pubblico dell’informazione di prime time. I risultati, pur consistenti nei mesi di ottobre, novembre e dicembre, risultano fortemente ridimensionati rispetto ai picchi della Fase 1.

I temi del prime time nel 2020

Nel primo semestre 2020 le notizie sul Covid-19 sono state il principale argomento d’apertura dei Tg di prima serata, raccogliendo quasi il 64% delle prime pagine e il 39,7% dei titoli delle testate tele giornalistiche di Rai, Mediaset e La7. Negli ultimi mesi dell’anno, la copertura informativa ha segnato un’importante differenza rispetto alla Fase 1: le aperture hanno riguardato sempre meno i “numeri” dell’epidemia e si sono concentrate sulle misure prodotte dai numerosi Dpcm emanati dal Governo. Il “cono d’ombra” prodotto dall’inevitabile monopolizzazione dell’agenda informativa ha sostanzialmente oscurato molte importanti tematiche. L’unica finestra sul mondo rimasta aperta con una certa continuità è quella sugli Usa. Se nel primo semestre del 2020 le sette edizioni dei telegiornali nazionali hanno dedicato 330 titolazioni alle proteste nate in seguito alla morte di George Floyd, negli ultimi mesi dell’anno l’attenzione è stata catturata dalle elezioni presidenziali del 3 novembre.

Covid e genitori: più timorosi o equilibrati?

Con il prolungarsi della pandemia i genitori italiani sono messi alla prova, e nei confronti dei figli oscillano fra sentirsi timorosi e mantenere un atteggiamento equilibrato nell’affrontare la difficile situazione. È quanto emerge dall’indagine La sfida dei Genitori Italiani, condotta da Bva-Doxa nel corso di due rilevazioni (febbraio e settembre 2020), che hanno consentito di misurare gli stati d’animo e gli atteggiamenti dei genitori italiani prima della pandemia da Covid-19 e nella fase successiva. Dall’indagine emergono 4 tipologie di genitori. Il polo positivo, rappresentato da Gli Sperimentatori e Gli Equilibrati, conta un 46%, e guarda al futuro con ottimismo, il polo negativo, composto da genitori pessimisti e poco soddisfatti, coinvolge il restante 54%, annoverando I Timorosi e Gli Scoraggiati.

La situazione sta mettendo alla prova anche i più organizzati e resilienti

In generale i genitori italiani con figli 0-14enni si descrivono principalmente come protettivi (47%), rassicuranti (36%) e pazienti (37%), ma tra loro, nella seconda rilevazione, cala la percentuale che si definisce allegra e aumenta quella degli ansiosi, soprattutto tra le mamme.

“I genitori sono chiamati a misurarsi costantemente, ogni giorno e contemporaneamente, con cambiamenti e sfide, personali ed educative, spesso difficili da conciliare – commenta Amedeo Giustini, AD di Prénatal Retail Group, che ha commissionato l’indagine -. La situazione che stiamo vivendo oggi sta mettendo alla prova anche i più organizzati e resilienti, ma impegno e coraggio rimangono valori nazionali solidi e diffusi”.

Trasferire ai figli il senso di responsabilità, ma anche la libertà di pensiero

Fra i due gruppi che mantengono un atteggiamento positivo gli Equilibrati sono il 28%, residenti soprattutto al Centro-Sud e nelle Isole, hanno dai 25 ai 35 anni e bambini dai 6-8 anni. Sono genitori moderati nei comportamenti e negli atteggiamenti, più degli altri vogliono trasferire ai figli l’importanza dell’impegno e il senso di responsabilità, ma anche il valore dell’essere se stessi e della libertà di pensiero. Si definiscono genitori protettivi e sono i più attenti all’ambiente e alla sostenibilità. Per loro il gioco è valore educativo, apprendimento e creatività.

La difficoltà di mantenere autorevolezza con i figli e la stabilità di coppia

Fra i gruppi che invece sono più pessimisti, i Timorosi sono il 33% e risiedono principalmente nel Nord Ovest. Hanno un’età più elevata, oltre i 46 anni, e figli dai 6-8 anni. Sono individui poco inclini ai progetti a lunga scadenza, chiusi verso il nuovo, ma senza ragioni oggettive. Da genitori avvertono in modo più sensibile degli altri la difficoltà di mantenere autorevolezza con i figli e la stabilità di coppia. Sono coloro che si definiscono i più protettivi, meno moderni, ma allo stesso tempo cercano di educare i figli all’autonomia. Amano dedicare tempo alla famiglia, tanto che tra gli insegnamenti che ritengono più importanti annoverano “godersi gli affetti e le persone care” e “avere rispetto per gli altri”.

Donne e lavoro, nella PA sono il 35%: ancora troppo poche

Il divario tra donne e uomini nel mondo del lavoro in Italia è ancora rilevante, sia in termini di occupazione sia di retribuzione. Anche nel pubblico impiego, dove le lavoratrici sono ai minimi in Europa: rappresentano circa il 35% dei dipendenti nella PA e difesa, previdenza sociale e obbligatoria. Le risorse rivolte direttamente a contrastare il gender gap ammontano a 2,17 miliardi di euro, pari allo 0,3% del totale delle spese del bilancio dello Stato. È quanto stima il bilancio sperimentale di genere del ministero dell’Economia, inviato dal ministro Roberto Gualtieri ai presidenti di Camera e Senato.

Il divario rispetto agli uomini è del 17,9% 

Complessivamente, l’occupazione femminile ha superato la soglia del 50% per la prima volta nel 2019, ma è ancora distante dai livelli di altri Paesi europei. La media nell’UE-28 è infatti al 64,1%. In Italia invece il divario rispetto agli uomini è del 17,9%, e anche in questo caso l’Europa è lontana, con una media del 10,4% riporta Ansa. Anche in settori nei quali le donne sono la maggioranza, come l’istruzione e la sanità, dove superano i tre quarti degli occupati, le lavoratrici faticano a fare carriera. Medici e professori universitari sono prevalentemente uomini: le dottoresse non superano il 42% e le docenti il 38%.

Nel Mezzogiorno il tasso di occupazione femminile è poco più della metà rispetto al Nord 

 “Continuano ad aumentare le donne che lavorano, ma molta strada rimane da fare”, scrive il Mef, aggiungendo che “sono soprattutto le donne tra i 45 e i 54 anni a contribuire alla maggiore occupazione femminile”, mentre “rimangono indietro le più giovani e le residenti al Sud e nelle Isole”.

Tanto che nel Mezzogiorno il tasso di occupazione è poco più della metà di quello del Nord, il 32,3%. E le altre grandi assenti del mercato del lavoro sono le giovani. Nel 2019 lavorava poco più di una ragazza su tre con meno di 35 anni, e la situazione è più difficile per le giovani mamme con figli piccoli. Le madri occupate tra i 25 e i 34 anni sono infatti solo il 60% rispetto alle donne occupate senza figli della stessa età.

“Serve una nuova e organica visione dei rapporti economici e sociali”

Per colmare il divario il Mef ha individuato “un’area rilevante del bilancio”, su cui è possibile lavorare per ridurre le disuguaglianze di genere “senza necessariamente generare nuovi oneri”. Queste spese ammontano al 16,5% del totale (al netto delle spese per il personale), pari a 118 miliardi e 700 milioni di euro.

“Per ridurre i divari di genere – afferma la sottosegretaria all’Economia, Maria Cecilia Guerra – non sono sufficienti sussidi, agevolazioni fiscali o interventi occasionali, ma serve una nuova e organica visione dei rapporti economici e sociali”, a partire dall’organizzazione del lavoro, dalla condivisione del lavoro di cura e dai servizi pubblici. Un tema, sottolinea Guerra, “è al centro delle priorità collettive che la crisi attuale ci ha chiesto di ridefinire”.

Mobilità post pandemia, si va più in bici e a piedi, meno in auto

La pandemia ha cambiato molte abitudini, e in fatto di mobilità urbana ha portato a una svolta in grado, forse, di contribuire realmente alla riduzione delle emissioni nocive. L’arrivo della pandemia ha influenzato fortemente il mondo degli spostamenti e della mobilità, sottolineando quanto l’inquinamento creato dai mezzi di trasporto sia un problema che non si può più ignorare, e generando comportamenti che si spera diventino regole di vita condivise da tutti gli italiani. A quanto risulta dall’inchiesta “Senti che aria”, promossa da Altroconsumo e finanziato da Regione Lombardia, con il contributo scientifico dell’Università Bocconi a oggi sono già in molti a scegliere di spostarsi più a piedi e in bici piuttosto che in auto, in moto e  scooter, o sui mezzi pubblici.

Quale mezzo di trasporto usare dopo il Covid?

La ricerca, che si concentra sulla città di Milano e la sua provincia, ha indagato l’esposizione dei pendolari alle diverse sostanze inquinanti del traffico, e l’impatto dell’inquinamento sulle abitudini di mobilità. E rivela l’emergere un nuovo approccio degli italiani nei confronti di inquinamento, mobilità sostenibile e abitudini di spostamento. A seguito dell’emergenza Covid-19 si registra infatti un cambiamento importante nella propensione degli italiani all’utilizzo dei mezzi di trasporto. Il 27% crede che utilizzerà di meno l’auto, il 25% userà meno moto, scooter e motorini, mentre il 34% dichiara che prenderà meno bus, tram e metro. Inoltre, il 37% si muoverà molto di più in bici, e il 47% prediligerà gli spostamenti a piedi.

Combinare più mezzi di trasporto può essere la soluzione

Scegliere di combinare più mezzi di trasporto può essere la soluzione per ridurre l’esposizione alle sostanze nocive, ma anche per ottenere un guadagno in termini di tempo. Infatti, secondo i risultati dell’indagine, il pendolare che affianca l’utilizzo di mezzi pubblici alla bicicletta riesce ad accorciare maggiormente i tempi di percorrenza rispetto a chi usa altre combinazioni di mobilità, riporta Adnkronos.

Diminuire la presenza di sostanze pericolose nell’aria

Dall’indagine emerge come i pendolari siano fortemente esposti a sostanze inquinanti nocive per loro e per l’ambiente. Nello specifico, chi si sposta in bici è particolarmente esposto al particolato e al NO2, ma meno al BC (Black Carbon), mentre gli automobilisti inalano più Benzene e NO2. Per quanto riguarda gli inquinanti veicolari, a Milano il 32% di chi ha risposto all’indagine usa l’auto 6-7 giorni su 7, mentre nell’Hinterland la stessa proporzione sale a più di 1 soggetto su 2, nonostante i tragitti casa lavoro siano inferiori ai 10 km nel 44% dei casi. Secondo l’analisi, poi, prima della pandemia ben il 71% dei rispondenti percepiva “spesso” la cattiva qualità dell’aria causata dal traffico in città, mentre in provincia era il 40%.

Google e Unioncamere, 900 milioni di dollari per l’Italia in Digitale

Google e Unioncamere investono insieme per la digital trasformation del nostro Paese. “Per aiutare a trasformare le aziende italiane grandi e piccole, investiremo oltre 900 milioni di dollari in 5 anni”, scrive su Twitter Sundar Pichai, Ceo di Google. Accelerare la trasformazione digitale in Italia è infatti l’obiettivo di Italia in Digitale, il nuovo progetto dedicato alle Pmi in particolare per rilanciare la ripresa economica del Paese. L’iniziativa, che include anche l’apertura delle due Google Cloud Region in partnership con Tim, verrà concretizzata tramite una serie di momenti di formazione e assistenza, strumenti gratuiti e partnership a supporto delle imprese, e delle persone, in cerca di opportunità lavorative.

Digitalizzare 700.000 fra lavoratori e imprenditori delle Pmi

Questo nuovo piano, sottolinea Google, trae forza dal successo di precedenti iniziative in partnership con Unioncamere, come Crescere in Digitale, e Digital Training. Due progetti che negli ultimi cinque anni hanno aiutato 500.000 persone ad acquisire le competenze digitali necessarie per rilanciare un’attività o migliorare la propria carriera lavorativa. Con questo nuovo impegno Google ora intende aiutare altre 700.000 persone, fra lavoratori e imprenditori delle piccole e medie imprese, a digitalizzarsi, con l’obiettivo di portare il numero complessivo a oltre 1 milione per la fine del 2021.

Supporto alle Camere di commercio e ampliare le iniziative del Programma PID

Più in particolare, all’interno di Italia in Digitale Google.org fornirà a Unioncamere e al sistema camerale italiano un contributo di un milione di euro per supportare nella trasformazione digitale le Pmi italiane. Grazie a questo supporto, le Camere di commercio potranno offrire formazione specialistica e assistenza da parte di esperti, con particolare attenzione a quei settori maggiormente colpiti dall’emergenza legata al Covid-19. L’obiettivo è quello di aiutare lavoratori, manager e imprenditori a mantenere e migliorare il proprio lavoro e la propria carriera. Il progetto Italia in Digitale, sviluppato da Unioncamere, andrà a integrare la gamma di progetti del sistema camerale a supporto della trasformazione digitale, in continuità con le attività fino a oggi realizzate in partnership con Google, e amplierà le iniziative del Programma PID, i Punti d’Impresa Digitale, con contenuti specifici sul web per il business.

La tecnologia è un aiuto a uscire dalla crisi

“Da molti anni Google è impegnata in Italia per diffondere le competenze digitali utili a trovare un lavoro o far crescere un’attività – commenta Fabio Vaccarono, Managing Director di Google Italy -. Se queste competenze erano importanti prima della pandemia, ora sono diventate tanto più necessarie: per superare le sfide del presente la digitalizzazione è un elemento imprescindibile, per trovare nuove opportunità lavorative, per rilanciare un’impresa, e a vantaggio dell’intera società”. Ed è su questa linea, arricchita da nuovi strumenti, che Google intende proseguire con il nuovo progetto, riporta il Sole 24 Ore. Insomma, se la crisi ha accelerato l’uso della tecnologia è proprio la tecnologia che può aiutare a uscire dalla crisi.

Facebook, stretta sulle notizie “vecchie” e sui messaggi d’odio

Ulteriore giro di vite da parte di Facebook per quanto riguarda la pubblicazione e la condivisione di contenuti ritenuti “sbagliati”. L’obiettivo dichiarato è quello di contrastare le fake news, la disinformazione e anche – o forse soprattutto – i messaggi d’odio, compresi quelli inseriti nelle pubblicità. In prima battuta, il social network ha annunciato di aver dato l’avvio alla sua battaglia alla diffusione di notizie vecchie. Per farlo, la società ha detto che, ogni volta che si vorrà condividere un articolo vecchio più di tre mesi, sullo schermo apparirà un avviso specifico, in modo da non diffondere informazioni fuori contesto se non ingannevoli. Proprio per questo, Facebook nel corso dei prossimi mesi mostrerà un “monito” quando si condivideranno notizie legate al Covid, precisandone la fonte. In merito a quest’ultima novità, il gruppo di Mark Zuckerberg ha detto che verrà reso esplicito un avviso con le informazioni sulla fonte della notizia che si sta per pubblicare, insieme al link al Centro informazioni sul coronavirus creato dal social agli inizi dell’emergenza sanitaria per fornire informazioni autorevoli e verificate.

Attenzione alle informazioni “scadute”

Per quanto concerne invece la diffusione di notizie con più di tre mesi, su scala globale arriverà sul social una finestra che avvisa quando si sta per pubblicare una notizia che ha oltre 90 giorni. L’utente potrà comunque decidere di procedere con la condivisione. “L’attualità di un articolo è un pezzo importante del contesto che aiuta le persone a decidere cosa leggere, di cosa fidarsi e che condividere”, ha spiegato Facebook in un post. “Gli editori hanno espresso preoccupazione per le notizie più vecchie condivise sui social media come notizie attuali, perché possono portare a fraintendere lo stato corrente degli eventi”.

No all’odio in tutte le forme

Sempre in questo periodo Mark Zuckerberg ha annunciato che ci sarà una decisa stretta su un’ampia categoria di contenuti d’odio nelle pubblicità, vietando ogni spot che identifica una razza, una etnia, un orientamento sessuale o un genere come un “pericolo”. “Non c’e’ alcuna eccezione per la politica in nessuna delle azioni che sto annunciando”, ha detto il fondatore di Facebook. Ancora – e secondo le malelingue si tratta di una strategia mirata a contrastare il calo di pubblicità che la piattaforma sta registrando da parte di diverse grandi aziende a seguito di numerose polemiche – Facebook “attiverà un sistema ad hoc per segnalare tutti i post che includono informazioni legate alle elezioni con un link per incoraggiare gli utenti a verificare i fatti nel nuovo hub per le elezioni della società”.

Desideri e sogni di viaggio degli italiani al tempo della pandemia

La pandemia non ha impedito agli italiani di fantasticare sulle future possibilità di viaggio. Viaggi e vacanze sono stati messi in pausa durante questo periodo di emergenza sanitaria, lockdown, e crisi economica senza precedenti, ma negli ultimi due mesi Booking.com, la piattaforma di prenotazione online, ha analizzato milioni di liste di desideri compilate da viaggiatori fiduciosi che vorrebbero raggiungere oltre 100.000 destinazioni diverse dall’inizio di marzo. Tra le più desiderate dagli italiani, Bali, Andalusia, Londra, Florida e Parigi, che continuano a essere al primo posto anche nei sogni dei viaggiatori di tutto il mondo. Anche se è il turismo domestico a occupare oltre la metà delle liste di desideri a livello globale.

Il turismo domestico conquista il 51% dei viaggiatori di tutto il mondo

Al tempo del Covid-19 il turismo domestico conquista infatti il 51% dei desideri dei viaggiatori di tutto il mondo, con una differenza del 18% rispetto ai dati dello stesso periodo registrati nel 2019, quando si attestava al 33% delle preferenze. Il dato aumenta se si guarda l’Italia, dove i viaggi a livello nazionale rappresentano il 61% fra i desideri degli italiani, mentre nel 2019 erano al 53%. Dall’inizio di marzo, le destinazioni nazionali più volte selezionate nelle liste dei desideri degli italiani sono Roma, Firenze, Napoli, Milano e Venezia, mentre a livello internazionale le destinazioni preferite restano le capitali europee. Con una eccezione.

Italia, Spagna, Grecia, Francia e USA i Paesi più desiderati

In generale, nell’immaginario degli italiani i Paesi più desiderati sono l’Italia, la Spagna, la Grecia, la Francia e gli Stati Uniti d’America, riporta Ansa. La Gran Bretagna e alcune grandi città europee, forse amate ancora di più dopo tutte queste settimane di isolamento, sono al centro dei desideri degli italiani. Londra è in cima alla lista, seguita da Parigi (Francia), Barcellona (Spagna) e Amsterdam (Olanda), ma anche New York (Stati Uniti), l’unica meta oltreoceano sognata dagli italiani. Lisbona (Portogallo), Marrakech (Marocco) e Praga (Repubblica Ceca) completano la lista dei desideri dei viaggiatori nostrani.

Sognare di poter esplorare ancora il mondo mantiene alto lo spirito

Le tipologie di alloggio più ricercate? Gli italiani scelgono hotel, appartamenti, Bed& Breakfast e guest house. In particolare, i B&B sono al terzo posto delle tipologia di sistemazione preferite dagli italiani (10%) con una certa differenza rispetto al dato globale (3%).

“Questi sono tempi senza precedenti, in cui la sicurezza rimane la massima priorità – spiega Arjan Dijk, Senior Vice President e Chief Marketing Officer di Booking.com -. In questo momento anche solo sognare di esplorare di nuovo il mondo ha l’immenso potere di far esplodere la nostra immaginazione e mantenere alto lo spirito. È incredibile vedere la gamma di esperienze di viaggio diverse che i nostri clienti sono stati impegnati a sognare mentre aspettano che si possa tornare a viaggiare di nuovo”. 

Apple-Google, come funziona l’app che avvisa dell’esposizione al rischio contagio

È in via di definizione il sistema di tracciamento del contagio da Covid-19 messo a punto da Apple e Google. I due colossi tecnologici hanno pubblicato sulla piattaforma GitHub il codice sorgente del progetto per il tracciamento dei positivi al coronavirus, ed esempi delle schermate che appariranno sui dispositivi, sia nel caso si voglia comunicare la propria positività al virus sia si desideri essere avvisati dell’esposizione al contagio con una persona positiva.

In questo caso, l’esposizione dovrà essere di 5 minuti, e per entrambe le situazioni l’adesione dell’utente sarà volontaria. Il sistema sarà la base per lo sviluppo di un’app di diversi Paesi, compresa l’Italia, e dovrebbe essere completato a metà maggio. Da quella data in poi a cascata potranno essere pronte le app di tracciamento di tutti Paesi che hanno adottato il sistema.

I codici rimangono sullo smartphone dell’utente

Le comunicazioni avvengono attraverso un codice identificativo generato dal proprio dispositivo, che attraverso il bluetooth vengono scambiate in forma anonima con gli altri dispositivi che usano il sistema. I codici rimangono sullo smartphone dell’utente (il cosiddetto approccio decentralizzato che sta perseguendo anche l’Italia) e quindi sono sotto il suo controllo. Il sistema, precisano Apple e Google, non usa la localizzazione per gli utenti risultati positivi. L’identità quindi non è nota a nessun altro utente, neanche alle stesse società, riporta Ansa.

Le app possono utilizzare i dati solo per gli elementi di risposta al Covid-19
Il codice sorgente del sistema messo a punto da Apple e Google serve a poter individuare vulnerabilità, ma anche a consentire innesti di altri sviluppatori. Anche per quanto riguarda l’app italiana Immuni, la ministra dell’Innovazione Paola Pisano ha rassicurato che sarà open source. Le app, scrivono Apple e Google, devono raccogliere solo la quantità minima di dati necessari e possono utilizzare tali dati solo per gli elementi di risposta al Covid-19. Non sono consentiti altri usi dei dati degli utenti, inclusa la pubblicità mirata. Inoltre, alle app è vietato chiedere l’autorizzazione per accedere ai servizi di localizzazione, e l’uso degli strumenti dedicati agli sviluppatori (Api) sarà limitato a una sola app per Paese per evitare la frammentazione, si legge su la Repubblica.

Le società disabiliteranno il sistema su base regionale quando non sarà più richiesto

Nel caso un Paese abbia optato per un approccio regionale o statale le società sono pronte a sostenere tali autorità, e Google e Apple disabiliteranno il sistema su base regionale quando non sarà più richiesto.

L’Italia, nel Dl Bonafede, ha fissato che l’uso dell’app di tracciamento e i dati cesseranno il 31 dicembre 2020. Apple e Google fanno anche sapere che nel lungo termine stanno esplorando modalità per consentire alle autorità sanitarie pubbliche di inviare notifiche di esposizione al contagio in un primo momento anche senza l’app, sempre che l’utente abbia acconsentito all’uso del bluetooth.

In seguito, l’autorità sanitaria suggerirà all’utente di scaricare l’app per avere le informazioni su come comportarsi.

Arrivano le app anti epidemia, ma serve una legge

Tracciare egli utenti per contenere l’epidemia del Coronavirus si può, ma è necessario un provvedimento legislativo. E la collaborazione degli operatori di telefonia mobile e i big della tecnologia, come Facebook e Google. Ovviamente, in caso di app, ci vuole la disponibilità dell’utente a installarla per farsi localizzare.

“Le soluzioni tecniche ci sono – osserva Antonio Capone, professore ordinario di Telecomunicazioni e preside della Facoltà di Ingegneria al Politecnico di Milano – ma bisogna chiarire gli obiettivi di un’operazione del genere con un numero di contagi così elevato. Tracciare i flussi è una cosa – continua Capone – tracciare le persone con una sorta di braccialetto elettronico è un’altra, legalmente non si può fare e ci devono essere provvedimenti giudiziari appositi”.

Le autorità sanitarie e la Protezione Civile devono stabilire di cosa hanno bisogno

A dover stabilire di cosa hanno bisogno sono le autorità sanitarie e la Protezione Civile, che si stanno occupando dell’emergenza. Se vogliono informazioni sulla base di una cella telefonica, queste le possono fornire gli operatori Tlc, oppure la localizzazione precisa da Gps con un’app già esistente, come Google Maps o Facebook. O ancora, un’applicazione nuova.

In ogni caso, Asstel, l’associazione che riunisce gli operatori Tlc si è detta disponibile a collaborare con il governo. Ma bisognerebbe obbligare Facebook e Google, o altre società tecnologiche, a fornire i dati. E Mark Zuckerberg ha specificato che finora non ha ricevuto dalle agenzie governative nessuna richiesta di condividere informazioni personali per controllare la diffusione del virus.

Le app di localizzazione sono soggette al Gdpr

“Tutti noi già usiamo tante applicazioni popolari da cui si può estrapolare la localizzazione – aggiunge Capone – ovviamente tutte sono soggette alla normativa europea sulla privacy e seguono la regola del consenso”.

Può darsi, quindi, che sia necessario creare un’app nuova, specifica per l’emergenza. “Se si tratta di seguire qualche individuo forse sì, ma per centinaia o migliaia di persone bisogna obbligarle a installare l’app e dare il consenso – continua l’esperto -. E sappiamo che anche le applicazioni più popolari ci mettono mesi o anni per raggiungere la massa”.

Un team di esperti ha preso contatti con il Governo

In Italia a creare un’app nuova ci sta pensando un team di esperti che ha preso contatti con il Governo. Al momento quest’app non ha un nome, e non è disponibile sugli store digitali, ma se installata sul telefono aiuta a ricostruire i movimenti delle persone positive al Coronavirus e di chi è entrato in contatto con loro.

“Vogliamo costruire un sistema tecnologico che possa andare nelle mani delle istituzioni per aiutarle a gestire la crisi, ma al momento non c’è nulla di nuovo”, spiega all’Ansa Luca Foresti, fisico e amministratore delegato della rete di poliambulatori specialistici Centro medico Santagostino, centro che fa parte del team che sta elaborando l’applicazione.