Economia

Le 10 tecnologie del 2021 secondo il MIT

La Technology Review del celebre Mit ha pubblicato la ventesima edizione della classifica delle tecnologie più importanti per il 2021. Dai supercomputer GPT-3 alle batterie al litio-metallo fino all’AI multisensoriale ecco alcune delle dieci tecnologie che saranno protagoniste nel 2021. Il primo posto spetta però ai vaccini mRNA, come i due vaccini più efficaci contro il coronavirus, basati appunto su messenger RNA, molto promettente anche come base per modificazioni genetiche a basso costo per l’anemia falciforme e l’HIV. Al secondo posto si trova il GPT-3, il modello di gran lunga più grande e alfabetizzato di computer basati sul linguaggio naturale, ovvero che imparano a scrivere e parlare come gli esseri umani. Chiudono la top 3 gli algoritmi “For You” di TikTok. A chi si chiede il perché del suo successo, la risposta è merito degli algoritmi che alimentano il suo feed “For You”, che hanno cambiato il modo in cui le persone diventano famose online.

Batterie al litio-metallo, data trust

Gli inconvenienti dei veicoli elettrici (EV) hanno a che fare con i limiti delle batterie agli ioni di litio. Ma QuantumScape, startup della Silicon Valley, ha prodotto una batteria al litio-metallo (4°) che renderà i veicoli elettrici molto più appetibili per i consumatori. Al quinto posto della top 10 del Mit ci sono i data trust, che potrebbero offrire una soluzione potenziale ai problemi della privacy e della sicurezza sul web. Un data trust è un’entità legale che raccoglie e gestisce i dati personali delle persone per loro conto. Insomma, un approccio alternativo al tema scottante della privacy, che alcuni governi stanno iniziando a esplorare.

Idrogeno verde, tracciamento digitale dei contatti, geoposizionamento

Il rapido calo dei costi dell’energia solare ed eolica rende l’idrogeno verde (6°) abbastanza economico da essere praticabile. Basta pompare l’acqua con l’elettricità, e in poco tempo ecco l’idrogeno. Al settimo posto si piazza il tracciamento digitale dei contatti, che se non è riuscito ad avere un grande impatto sulla diffusione del coronavirus, la lezione della pandemia potrebbe essere utile per altri settori dell’assistenza sanitaria. L’ottavo posto è invece occupato dal geoposizionamento. Mentre il GPS di oggi è accurato entro 5-10 metri, le nuove tecnologie di posizionamento hanno un’accuratezza di pochi centimetri o millimetri. Quattro nuovi satelliti per il GPS III sono stati lanciati a novembre, e altri sono attesi in orbita entro il 2023.

Tutto a distanza e AI multisensoriale

La pandemia ha costretto il mondo ad andare in remoto. Ottenere questo cambiamento è stato particolarmente critico nell’assistenza sanitaria e nell’istruzione, e in alcune aree del pianeta. Ma Snapask, una società di tutoraggio degli studenti online, ha raggiunto più di 3,5 milioni di utenti in nove paesi asiatici, e Byju’s, un’app di apprendimento con sede in India, ha visto il numero dei suoi utenti salire a quasi 70 milioni. Chiude la top 10 l’AI multisensoriale. Le IA con più sensi otterranno infatti una maggiore comprensione del mondo che le circonda, raggiungendo un livello di intelligenza molto più flessibile.

Nel limbo dei Neet più di una ragazza su 4 tra 15 e 29 anni

Trovarsi nella condizione di non studiare, non lavorare, non essere inserita in alcun percorso formativo, non avere prospettive per il futuro né la possibilità di realizzare i propri sogni e il proprio potenziale, insomma, trovarsi nel limbo dei cosiddetti Neet. È questa la condizione in cui si trovava alla fine del 2020 più di 1 ragazza italiana su 4 di età tra i 15 e i 29 anni. Un divario di genere che già nel 2019 presentava picchi fino al 40% in Sicilia e in Calabria, ma che riguardava anche i territori generalmente più virtuosi, come il Trentino Alto Adige, dove a fronte del 7,7% dei ragazzi, le ragazze Neet erano quasi il doppio (14,6%). Lo sottolinea Save the Children, evidenziando inoltre come nella vita di tutti i giorni siano ancora troppi gli stereotipi che segnano la quotidianità di moltissime ragazze.

Stereotipi di genere che condizionano il futuro professionale delle donne

Esistono stereotipi di genere di tipo sistemico ben radicati nella nostra società, che le bambine e le ragazze cominciano a conoscere già nella prima infanzia, e che creano disuguaglianze che le separano dai coetanei maschi man mano che crescono. Divari che si ampliano e ripercuotono poi sul fronte occupazionale, nonostante bambine e ragazze siano più brave a scuola, abbiano meno bocciature e abbandoni scolastici e competenze maggiori in lettura e in italiano e arrivino a laurearsi molto più dei ragazzi. Progressivamente, però, già a partire dalla scuola primaria, si allontanano dalle materie scientifiche, prospettiva che influenza l’indirizzo di studio e della facoltà universitaria e, che insieme ad altri fattori che ostacolano la piena indipendenza delle donne, conduce alla segregazione orizzontale e verticale nel lavoro e nelle carriere, a partire dai settori più innovativi.

Le mamme sono state tra le più colpite dagli effetti della crisi economica

“Una generazione di bambine e ragazze sta vedendo tale situazione acuirsi anche a causa della crisi che stiamo vivendo per via della pandemia – dichiara Raffaela Milano, direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children -. Le mamme, inoltre, sono state tra le più colpite dagli effetti della crisi economica e la mancanza di servizi per la prima infanzia e la necessità di prendersi cura dei bambini in questa fase difficile ha pregiudicato il futuro lavorativo di molte di loro”.

“Non ci si può permettere di disperdere il potenziale delle ragazze”

“In questo momento storico è indispensabile andare alla radice di queste diseguaglianze – continua Milano – perché non ci si può permettere di disperdere il potenziale delle donne e delle ragazze, a partire proprio da quelle che vivono nei contesti più svantaggiati, con interventi specifici volti a liberare talenti e capacità dell’universo femminile. Sono necessari investimenti strutturali che riguardino il mondo del lavoro e i servizi educativi per la prima infanzia, i percorsi educativi all’interno delle scuole, il contrasto a ogni forma di violenza di genere e il sostegno al protagonismo delle ragazze stesse”.

Il vino italiano perde il 4,6% di export per colpa del Covid

La pandemia condiziona anche il commercio del vino, e nel 2020 l’Italia chiuderà il proprio export con un -4,6% a valore sul 2019, pari a 6,1 miliardi di euro. Ma per l’Italia tutto sommato gli effetti sono più leggeri rispetto al trend globale, stimato a un -10,5%, e ancor più rispetto al principale player del settore, la Francia, costretta a rinunciare al 17,9% delle esportazioni. Se si considera l’aumento delle quote di mercato guadagnate dal vigneto Italia il quadro è confortante, ma è l’asimmetria con il dato generale a essere allarmante, poiché cela forti ribassi in diverse fasce. A partire dalle piccole imprese ad alto tasso qualitativo. Si tratta di alcune evidenze dell’analisi a cura dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor. In particolare, del Focus mercati – consumi e previsioni import 2020.

Una contrazione delle importazioni mondiali di oltre 3 miliardi di euro

Secondo l’Osservatorio Wine Monitor, in termini assoluti, la contrazione del valore delle importazioni mondiali di vino stimata su base doganale sarà di oltre 3 miliardi di euro rispetto al 2019, soprattutto per effetto delle mancate vendite per oltre 1,7 miliardi di euro del suo market leader, la Francia. Il forecast sull’Italia si ferma invece a -300 milioni di euro, complice anche il boom (+15%) delle esportazioni nel primo bimestre dell’anno, che ha attenuato il passivo, riporta Italpress.

Tante piccole e medie aziende stanno pagando lo scotto più rilevante

“Il dato generale sulle stime previsionali dimostra come l’Italia sia stata in grado di opporre anticorpi efficaci alla crisi – commenta il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani -. Il rapporto qualità-prezzo, una più variegata diversificazione dei canali di vendita e lo scampato pericolo dei dazi aggiuntivi negli Stati Uniti hanno consentito di ridurre le perdite all’estero, ma il rovescio della medaglia è fatto di tante piccole e medie aziende del vino che, al contrario delle altre, hanno perso i propri riferimenti commerciali, in particolare dell’horeca, e stanno pagando uno scotto molto più rilevante della media – aggiunge Mantovani -. È questo segmento, decisivo per il nostro Made in Italy, che occorrerà salvaguardare fin da subito”.

Uno dei rischi principali è il decremento dei prezzi di vendita

“Uno dei principali rischi che derivano dalla riduzione delle importazioni nei top mercati di sbocco, unito alla diminuzione della domanda sul mercato nazionale, è quello di un decremento dei prezzi di vendita dei nostri vini – sottolinea il responsabile dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini -. Questo vanificherebbe tutti gli sforzi messi in campo in questi anni per un miglior posizionamento di prezzo delle nostre produzioni, con effetti a catena su tutte le imprese e denominazioni”.

La Lombardia approva una misura da tre milioni di euro per ristoratori e vino di qualità

Tra i provvedimenti economici di aiuto a ristoratori e produttori di vino locali il Pirellone annuncia un intervento da tre milioni di euro. A seguito delle difficoltà causate al settore dall’emergenza legata al Covid-19 la Regione Lombardia ha infatti approvato una delibera per il sostegno del sistema produttivo vinicolo di qualità e per gli operatori della ristorazione. Si tratta di una misura straordinaria, che prevede l’assegnazione ai ristoratori lombardi di 12.000 voucher del valore di 250 euro ognuno per l’acquisto di vino di qualità presso i produttori della regione. La Regione prevede l’assegnazione di 2 voucher a ristoratore.

Rafforzare la collaborazione tra i produttori e i ristoranti delle aree a vocazione turistica e agricola

Incoraggiare e rafforzare la collaborazione tra i produttori di vino e i ristoranti delle aree a vocazione turistica e agricola è l’obiettivo della misura messa in atto dalla Regione Lombardia. Più in particolare, i voucher potranno essere richiesti dagli operatori della ristorazione, mentre i produttori di vino interessati dovranno aderire a una manifestazione di interesse, che sarà pubblicata da Unioncamere Lombardia entro il 18 settembre 2020. I produttori di vini di qualità in Lombardia potenzialmente interessati sono 700, mentre i ristoratori lombardi sono circa 6.000.

I voucher, riporta una notizia Askanews, potranno essere richiesti tramite il bando emanato da Unioncamere, e scegliendo tra le cantine che hanno aderito al progetto.

“Vedere anche in futuro sempre più vini lombardi nelle carte dei ristoranti”

“Procedura semplificata e risorse immediate – ha commentato l’assessore regionale all’Agricoltura, Alimentazione e Sistemi Verdi Fabio Rolfi – per una misura che i due settori attendevano. Con questo stanziamento mettiamo a disposizione dei ristoratori dei ticket da 250 euro che potranno spendere per acquistare vini di qualità nelle cantine lombarde. Intendiamo così anche creare rapporti territoriali virtuosi e collaborazioni tra produttori di vino e operatori per vedere anche in futuro sempre più vini lombardi nelle carte dei ristoranti”.

“Aiutare i settori in crisi e promuovere le nostre eccellenze è doveroso”

Si tratta di “Un lavoro di squadra – ha sottolineato Alessandro Mattinzoli, assessore regionale allo Sviluppo economico – che ancora una volta è premiante perché va incontro alle richieste che provengono dalle categorie, cioè da chi ogni giorno lavora e produce. In un momento così difficile aiutare i settori in crisi e promuovere le nostre eccellenze è doveroso ancor più di prima”, ha precisato l’assessore.

L’operazione sarà accompagnata anche da una campagna comunicativa, che vedrà pubblicazioni sui siti istituzionali, oltre a una vetrofania da esporre nei ristoranti interessati.

Fiducia: in leggero aumento per i consumatori, in calo per le imprese. I dati Istat

L’economia percepita sembra essere più positiva per i consumatori che per le imprese. Lo dicono gli ultimi dati Istat, riferiti a settembre 2019: l’indice del clima di fiducia dei consumatori è stimato in salita dal 111,9 a 112,2, ,mentre quello delle imprese scivola leggermente da 98,8 a 98,5. L’incremento dell’indice di fiducia dei consumatori, spiega l’Istituto di statistica, è la sintesi di andamenti eterogenei delle sue componenti: il clima economico registra un calo passando da 127,7 a 127,0 mentre il clima corrente rimane stabile a quota 110,0; si rileva, invece, un aumento sia per la componente personale sia per quella futura (da 107,0 a 107,8 e da 115,5 a 116,8, rispettivamente). L’Istat commenta che a “settembre 2019 la ripresa del clima di fiducia dei consumatori deriva in particolare da un miglioramento della valutazione della situazione personale e delle prospettive future”. L’Istituto sottolinea che “per le imprese si registra invece un nuovo indebolimento del clima di fiducia. La flessione di settembre è trainata dal settore manifatturiero, in calo per il quarto mese consecutivo, e dal commercio al dettaglio. I segnali positivi riguardano il settore dei servizi e, soprattutto, il comparto delle costruzioni”.

Per le imprese, ottimismo diverso a seconda dei comparti

Per quanto riguarda le imprese, sottolinea Adnkronos, l’indice di fiducia mostra andamenti differenziati nei diversi comparti. E’ infatti in diminuzione nella manifattura e nel commercio al dettaglio (da 99,6 a 98,8 e da 109,9 a 107,6, rispettivamente) mentre è in aumento nei servizi (da 97,4 a 98,5) e, soprattutto, nelle costruzioni (da 140,4 a 143,2). Per quanto riguarda le componenti dei climi di fiducia delle imprese, nell’industria manifatturiera il peggioramento è condizionato da una dinamica negativa sia dei giudizi sugli ordini sia delle attese di produzione; i giudizi sulle scorte rimangono stabili. Nelle costruzioni l’evoluzione positiva dell’indice è determinata da un deciso miglioramento sia dei giudizi sugli ordini sia delle attese sull’occupazione.

Il comparto dei servizi è “fiducioso”, meno quello del commercio

Più fiducioso il comparto dei servizi, che esprime un miglioramento dei giudizi sia sugli ordini sia sull’andamento degli affari; le attese sugli ordini sono invece in peggioramento. Per quanto attiene il commercio al dettaglio, il calo dell’indice di fiducia sintetizza giudizi sulle vendite e sulle scorte in marcato peggioramento a cui si unisce un aumento delle attese sulle vendite. Si segnala che l’indice di fiducia è in diminuzione sia nella grande distribuzione sia in quella tradizionale.

Il commento delle associazioni dei consumatori

Dal canto loro, le associazioni dei consumatori Codacons e Unc commentano questi risultati evidenziando l’effetto del nuovo Governo. “Come tradizione, con la nascita di un nuovo Esecutivo gli italiani confidano in un cambiamento e guardano con rinnovata speranza al futuro” ma “il problema è mantenere questa fiducia e non tradirla” dice Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. Carlo Rienzi, presidente del Codacons, sottolinea le “elevate aspettative delle famiglie” dal cambio di esecutivo ma avverte che sulle imprese grava invece la preoccupazione dell’aumento dell’Iva.

Prodotti di largo consumo, da gennaio ad aprile +2% a valore

Nel periodo tra gennaio e aprile 2019 le vendite a valore nel largo consumo hanno registrato un incremento pari al +2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con una previsione di chiusura dell’anno dell’1,5% a valore. La tenuta della fiducia dei consumatori, la maggiore attenzione ai temi ambientali e al bio, e la crescita dell’e-commerce sono le tendenze che segnano l’andamento del largo consumo nei primi mesi del 2019. Le previsioni vedono un 2019 positivo, ma qualche preoccupazione è legata alle possibili chiusure domenicali, e all’aumento dell’Iva.

Crescita a valore maggiore al Sud e nelle Isole

Da quanto emerge dai dati di Nielsen la fiducia degli italiani risulta quindi stabile a quota 68 rispetto ai 70 punti del 4° trimestre 2018. Non emergono segnali evidenti di ritorno ai livelli bassi del passato, in linea con quanto osservato anche negli altri Paesi europei. “Il ruolo del mondo del largo consumo, comunque, rimane centrale nel panorama macro-economico del nostro Paese, anche a fronte di un Pil vicino a crescita zero”, dichiara Romolo de Camillis, Retailer Services Director di Nielsen Italia. I primi quattro mesi del 2019 confermano quindi gli andamenti positivi per tutti i prodotti, riporta Askanews. A livello di aree geografiche si osserva una crescita a valore maggiore al Sud e nelle Isole (+2,6%) rispetto al resto d’Italia, con il Nord Ovest a +2,2%, il Nord Est a +1,7%, e il Centro a +2,5%.

Salgono i prodotti con claim green

Tra i produttori l’innovazione continua a svolgere un ruolo chiave per la crescita. L’attenzione ai temi ambientali porta infatti i prodotti del cura casa con claim green a salire del +3,1%. In particolare, quelli “meno plastica” (+24,5%), “plastica riciclata” (+9,6%), biodegradabile (+7,8%). I prodotti per la cura della persona registrano poi un +14,9% per il claim biologico. Una prima mappa dell’offerta online registra circa 830 punti vendita che nel Paese offrono i servizi click & collect (ordino online e ritiro nel punto vendita) e click & drive (ordino online e ritiro con l’auto). Al netto degli sviluppi dell’offerta online, le vendite mostrano una crescita significativa nel primo quadrimestre 2019 (variazione di fatturato pari a +27,70%), contribuendo per circa lo 0,2% alla crescita complessiva della GDO.

Effetti negativi di un possibile aumento dell’Iva

In uno scenario competitivo sempre più esteso, poi, il discount si dimostra il canale più interessante. Dopo più di cinque anni di crescita continuativa inizia a configurarsi come un vero e proprio competitor del canale super. Ed è leader per margine: l’utile prodotto dalle principali aziende discount rappresenta bene il 34,2% degli utili distributivi (fonte Mediobanca). Riguardo al dibattito sul tema delle aperture domenicali, Nielsen ha quantificato l’incidenza delle vendite delle domeniche al 10% del totale, in crescita rispetto al passato. Anche un possibile aumento dell’Iva potrebbe avere effetti negativi sulle vendite del largo consumo, con i consumatori pronti ad adottare misure contenitive per neutralizzare gli aumenti di prezzo.

La burocrazia italiana è tra le peggiori dell’eurozona

L’Italia è tra i paesi europei con la burocrazia peggiore, solo la Grecia ci supera. Almeno, questo è il risultato dell’indice europeo sulla qualità dei servizi offerti dalle amministrazioni pubbliche dei 19 Paesi dell’eurozona. Si tratta di un’elaborazione riferita al 2017 realizzata dalla Cgia su dati della Commissione europea, da cui emerge che se la Finlandia, i Paesi Bassi e il Lussemburgo occupano i tre gradini del podio, Slovacchia, Italia e Grecia si collocano nelle parte più bassa della classifica.

Incomunicabilità, mancanza di trasparenza, incertezza giuridica

“Sarebbe comunque sbagliato generalizzare – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – non tutta la nostra amministrazione pubblica è di bassa qualità. La sanità al Nord, molti settori delle forze dell’ordine, diversi centri di ricerca e istituti universitari assicurano delle performance che non temono confronti con il resto d’Europa”.

In ogni caso, il livello medio complessivo è preoccupante. “L’incomunicabilità, la mancanza di trasparenza, l’incertezza giuridica e gli adempimenti troppo onerosi hanno generato – prosegue Zabeo – una profonda incrinatura, soprattutto nei rapporti tra le imprese e i pubblici uffici”.

Tempi e costi della burocrazia, una patologia che colpisce gran parte del nostro Paese

“Purtroppo, i tempi e i costi della burocrazia – afferma il segretario della Confederazione Generale Italiana degli Artigiani Cgia Renato Mason – sono diventati una patologia che caratterizza negativamente una larga parte del nostro Paese”. E cha ha provocato l’allontanamento di molti operatori stranieri. “Che purtroppo, non vogliono più investire in Italia, anche per l’eccessiva ridondanza del nostro sistema burocratico”, aggiunge Zabeo.

Secondo l’Ocse la produttività media è più elevata nelle zone con una PA più efficiente

Ad confermare la posizione di coloro che sostengono che per il sistema Paese sia imprescindibile avere una macchina statale che funzioni bene, arrivano poi anche i dati elaborati dall’Ocse. Secondo l’organizzazione internazionale, infatti, la produttività media del lavoro delle imprese italiane è più elevata nelle zone con una più efficiente amministrazione pubblica. E proprio le imprese italiane, realtà prevalentemente di piccola e piccolissima dimensione, sono quelle che avrebbero maggiormente bisogno di un servizio pubblico efficiente ed economicamente vantaggioso. Un sistema in cui le decisioni vengano prese senza ritardi e il destinatario sia in grado di valutare con certezza la durata delle procedure.

Italia al 4° posto per complessità delle procedure amministrative

Altrettanto preoccupanti, riporta Adnkronos, sono i risultati che emergono dalla periodica indagine campionaria condotta dall’Eurobarometro della Commissione europea sulla complessità delle procedure amministrative che incontrano gli imprenditori dei 28 Paesi dell’Unione. In questa graduatoria l’Italia si trova al 4° posto, con l’84% degli intervistati che definisce la cattiva burocrazia come un grosso problema.

Solo la Grecia, la Romania e la Francia presentano una situazione peggiore della nostra, mentre il dato medio dell’Unione europea si attesta al 60%.

Mutui e 730: i costi che si possono tagliare

Il mutuo può anche diventare un “taglio” quando si compila la dichiarazione dei redditi. Non tutti i contribuenti lo sanno, ma esistono alcune voci connesse al mutuo e alla sua stipula che possono essere detratte dal modulo 730. Innanzitutto, è bene sapere che è previsto uno sgravio Irpef pari al 19% degli interessi passivi sui mutui garantiti da ipoteca per l’acquisto dell’abitazione principale, con un tetto massimo su cui calcolare il bonus di 4.000 euro annui. Quindi la detrazione massima può raggiungere i 760 euro. L’agevolazione si estende anche ai “relativi oneri accessori”: questo significa che è perciò detraibile pure la parcella del notaio per la stipula del contratto di mutuo prima casa. Si tratta di un onorario professionale che costituisce probabilmente la voce più pesante in termini di costo.

Cosa e quanto si può detrarre

Nell’elenco delle voci detraibili ci sono poi le imposte d’atto connesse al mutuo, comprese l’imposta per l’iscrizione o la cancellazione di ipoteca e l’imposta sostitutiva sul capitale prestato. Per un mutuo di medio importo (fascia 120-150 mila euro) questi costi possono oscillare tra i 1.500 e i 2.500 euro, ovviamente destinati a salire all’aumentare della somma erogata. Come precisato dall’Agenzia delle entrate nella circolare n. 7/E del 27 aprile 2018, risultano agevolabili anche eventuali commissioni pagate agli istituti per la loro attività di intermediazione, nonché le spese di istruttoria e di perizia tecnica.

Cosa invece non è detraibile

Esiste poi una serie di costi che, al contrario, non sono detraibili. Tra questi rientrano le spese di assicurazione dell’immobile, quelle notarili riferite alla stipula dell’eventuale preliminare di compravendita dell’immobile e del rogito. Sono indetraibili anche le imposte pagate dall’acquirente dell’abitazione (registro se si tratta di bene già esistente, Iva se si tratta di immobile nuovo), le imposte d’atto connesse al trasferimento degli immobili, vale a dire i tributi ipotecari e catastali.

Fondamentale informarsi per non commettere errori

E’ molto importante per chi sottoscrive un mutuo capire quali siano le voci di spesa che possono rientrare nel beneficio fiscale. A stilare un breve vademecum sono i portali mutui.it e facile.it. che mettono in guardia da eventuali “inghippi” burocratici. Facciamo un esempio pratico: in molti casi il tetto dei 4.000 euro potrebbe impedire il recupero pieno del 19% degli interessi e dei rispettivi oneri che vanno inseriti nella dichiarazione dei redditi dell’anno in cui sono stati sostenuti, tipicamente il primo, e non possono essere “spalmati” nel tempo.

Pubblica Amministrazione, in 5 anni migliorati i servizi ai cittadini e alle imprese

Sebbene restino le “solite” differenze tra le varie zone geografiche d’Italia, la qualità dei servizi della Pubblica Amministrazione negli ultimi cinque anni è generalmente migliorata. Lo segnala la ‘Relazione annuale sulla qualità dei servizi offerti dalle Pa centrali e locali a imprese e cittadini’ del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) e relativa all’anno 2017. Si tratta di un report che, dal 2010, esamina le performance delle politiche pubbliche nei servizi ai cittadini e alle imprese.

Report alla sesta edizione

Prevista dall’articolo 9 della legge numero 15 del 2009, la Relazione annuale sulla qualità dei servizi pubblici è giunta alla sesta edizione. Come riporta Adnkronos, è approvata dalla Commissione istruttoria unica, dall’ufficio di presidenza e dall’assemblea del Consiglio nazionale. L’analisi prende in considerazione i principali report di valutazione delle politiche pubbliche dell’Ocse, della Banca mondiale e, per ciò che riguarda l’Italia, della Banca d’Italia e dell’Istat. La sesta Relazione è stata impostata dal Consiglio in un’ottica di collaborazione interistituzionale con oltre 30 enti, organi e amministrazioni, coinvolgendoli in un esercizio pluriennale di monitoraggio sui parametri di efficienza, efficacia, economicità e misurazione del risultato.

Le performance della Pa italiana

“Negli ultimi anni la Pa italiana si è mossa in un contesto in cui, inevitabilmente, hanno continuato a prevalere le ragioni del risanamento finanziario (riduzione del disavanzo pubblico, stabilizzazione e poi calo del debito pubblico, entrambi gli aggregati standardizzati rispetto al Pil). La dimensione dell’intervento pubblico, in termini sia di valori di spesa primaria sia di occupati, è andata riducendosi in modo visibile. Una maggiore attenzione all’efficienza dei processi amministrativi in un’ottica di ‘spending review’ può attenuare, ma non eliminare la tendenza alla riduzione dei servizi” riporta la nota. Che aggiunge ancora: “L’introduzione di una disciplina più cogente dei sistemi di misurazione e di valutazione della performance organizzativa e individuale, collegati strettamente ai risultati raggiunti e accompagnati da misure sanzionatorie più rigide, ha obbligato le Pa centrali e locali a ripensarsi e ripensare il rapporto con gli stakeholder”.

Obiettivo trasparenza

Un aspetto particolarmente importante nel rapporto tra Pa, cittadini e imprese è rivestito dalla trasparenza, con particolare riferimento alle azioni di prevenzione e contrasto della corruzione e della cattiva amministrazione. “La costruzione e l’aggiornamento costante della sezione ‘Amministrazione trasparente’ sui siti della Pa si presentano particolarmente impegnative per le amministrazioni, con risultati ancora insoddisfacenti al fine di raggiungere gli obiettivi previsti dalla norma in una logica di apertura e di innovazione e non possono pertanto restare confinate nella diffusa prassi del mero adempimento” conclude la nota.

Monito della Bce ai Paesi dell’eurozona: sulla riforma pensioni non si torna indietro

La Bce ribadisce il monito ai Paesi dell’eurozona affinché continuino ad attuare con efficacia le riforme del sistema previdenziale adottate negli ultimi anni. No a passi indietro sulle riforme delle pensioni, quindi, o si metterebbe a rischio la sostenibilità dei conti pubblici.

Le dinamiche demografiche avranno infatti implicazioni macroeconomiche e fiscali fondamentali per l’area dell’euro. “In particolare, l’invecchiamento comporterà un calo dell’offerta di lavoro e avrà probabilmente effetti negativi sulla produttività”, si legge in un articolo contenuto nell’ultimo Bollettino economico della Banca centrale europea.

L’impatto economico dell’invecchiamento demografico

Oltre a comportare cambiamenti nei prezzi relativi per motivi principalmente riconducibili a spostamenti della domanda, l’invecchiamento demografico avrà un impatto anche sulla spesa pubblica e la sua composizione. Secondo la Bce le conseguenti pressioni al rialzo per pensioni, assistenza sanitaria e cure a lungo termine renderanno problematico per i Paesi dell’area ridurre il consistente onere del debito e assicurare la sostenibilità dei conti pubblici nel lungo periodo.

“L’aumento dell’età di pensionamento – si legge ancora nel testo – potrebbe ridimensionare gli effetti macroeconomici negativi dell’invecchiamento, grazie all’effetto favorevole sull’offerta di lavoro e sul consumo interno. Al contrario, la riduzione del tasso di sostituzione tenderà a contrastare in misura molto limitata tali effetti macroeconomici, mentre l’aumento delle aliquote contributive tenderà di fatto ad esacerbarli”.

L’Italia in prima linea per le riforme pensionistiche

Tra i Paesi che hanno adottato riforme previdenziali in piena crisi economica c’è l’Italia, con gli interventi definiti dal governo Monti e che prendono il nome dalla responsabile del Lavoro Elsa Fornero. Si tratta di un pacchetto di interventi che è stato oggetto anche della recente campagna elettorale italiana. Ma se la Bce non entra nel merito alle singole riforme dei Paesi membri, tutti i Paesi sono invitati a evitare dietrofront in materia pensionistica. Anzi. “L’implementazione di ulteriori riforme – affermano gli econosmisti della Bce – non deve essere differita, anche in vista di considerazioni di economia politica”.

Le riforme previdenziali concorreranno a ridurre l’effetto fiscale dell’invecchiamento

“Mentre le riforme previdenziali concorreranno a ridurre l’effetto fiscale dell’invecchiamento della popolazione, le loro implicazioni macroeconomiche precise potrebbero variare considerevolmente a seconda della natura specifica di questi provvedimenti di riforma”, continua la Bce.

Questi risultati sono confermati da simulazioni basate su modelli, affermano gli economisti, precisando però che si tratta di valutazioni generiche che “non consentono di trarre conclusioni relative ai piani di riforma dei singoli Paesi”.